mercoledì 29 febbraio 2012
Liberate Rossella!
venerdì 25 novembre 2011
Dobbiamo tutti stringere la cinta...o quasi..
sabato 8 ottobre 2011
Giovani IDV Umbria e la Palestina
venerdì 9 settembre 2011
Lettera all'IDV
mercoledì 1 giugno 2011
Referendum: il Governo boicotta il voto degli Italiani all'estero
martedì 29 marzo 2011
Dalla Parte Della Pace

Anche se molti non lo ricordano quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della prima “marcia della pace”. Il 24 Settembre 1961, Aldo Capitini, socialista liberale, e Giorgio La Pira, cristiano sociale, marciarono con pochissimi altri coraggiosi da Perugia ad Assisi, per dire un secco no alla pratica più oscena e crudele dell’umanità: la guerra. Alcuni li chiamarono utopisti, altri li definirono perfino pazzi. Qualsiasi cosa fossero, tale manifestazione conta oggi la partecipazione di decine di migliaia di persone e si è affermata, a livello nazionale ed internazionale, come uno dei momenti più importanti di attivismo del movimento pacifista. Tutto questo nonostante l’isolamento, umano e politico, che i nostri due sognatori furono costretti a subire. Negli stessi anni infatti, Fabrizio Fabbrini, il primo obiettore di coscienza cattolico, era condannato a sette anni di carcere per essersi sottratto alla leva. Allora come oggi essere pacifisti non è una scelta facile: in molti paesi chi rifiuta il servizio militare è punibile con pene severe, mentre anche negli stati più civili chi si definisce obiettore di coscienza o manifesta contro la guerra è spesso tacciato dall’opinione pubblica di antipatriottismo o, peggio, di tradimento nazionale. I critici più generosi giudicano il pacifismo un’ideale visionario, inconciliabile con la realpolitik praticata da tutti i governi mondiali.. Quella stessa realpolitik per cui già Aristotele diceva: facciamo la guerra per avere la pace. Probabilmente uno dei primi tentativi di legittimare e rendere lecita la pratica dei conflitti. Certamente non l’ultimo, visto che in ogni epoca gli uomini hanno cercato di definire il concetto di guerra giusta e al tempo stesso di stabilirne la legittimità, attraverso regole più o meno esplicite, e comunque sempre violate. L’obiezione mossa ai pacifisti si basa sul principio che esistano conflitti leciti, ad esempio quelli in risposta a politiche di aggressione, o come le sollevazioni per abbattere governi dittatoriali. Chi infatti avrebbe il coraggio di definire illegittima la nostra guerra di Liberazione? Il problema però va spostato su un’altra dimensione: il pacifista non parteggia per uno dei contendenti, il pacifista condanna la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti tra nazioni, il pacifista lotta democraticamente perché cessino le violenze, il pacifista si mobilita affinché si affermi il principio che le controversie internazionali siano mediate da organismi di arbitrato, il pacifista manifesta perché inizi una vera politica del disarmo. Insomma, oggi come nel passato, alla base del pensiero pacifista vi è la condanna dei conflitti, della loro brutalità e delle azioni atroci ad essi collegati. Poiché è l’atto in sè per sè che deve essere rifiutato e bandito dalle pratiche umane. La nascita dei movimenti per la pace, quindi, pur essendo principalmente un fenomeno moderno, si interseca in un percorso, quello della nonviolenza, presente in molte religioni e in diversi pensatori laici. È comunque nell’ultimo decennio, anche a causa delle guerre in Iraq e in Afghanistan, che il fronte del no alla guerra è cresciuto notevolmente, dimostrandosi capace di organizzare grandi manifestazioni e di muovere coscienze in tutto il mondo. Nelle ultime settimane, ancora una volta il nostro paese, ha deciso di prendere parte all’ennesimo conflitto, quello libico, nonostante l’articolo 11 della nostra costituzione dichiari solennemente che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. I teorici della legittimità dell’intervento giustificano questa guerra con le ordinarie motivazioni: bloccare lo sterminio dei civili, impedire al dittatore di restare al potere, rendere innocua la minaccia nei confronti dell’occidente. Se si dovesse intervenire militarmente ogni volta che si verificano queste condizioni dovremmo essere trascinati in una serie infinita di operazioni belliche, poiché ancora oggi moltissimo governi non rispettano i basilari diritti dell’uomo e potenzialmente rappresentano una minaccia tanto per i propri cittadini, quanto per i paesi occidentali. Viceversa dalla nascita dell’ONU ( e già in precedenza con la Società delle Nazioni) sono numerosissimi i casi in cui si è deciso per il non intervento, anche in situazioni in cui c’erano tutti i presupposti per giustificare un intervento militare. Nel 1994 , ad esempio, in Ruanda, l’ultimo atto di una sanguinosa guerra civile, fu il genocidio che costò la vita ad 1 milione di esseri umani. La comunità internazionale non mosse una paglia di fronte a questo abominevole massacro: al di là di pochi caschi blu inviati per supportare l’espatrio di cittadini belgi o francesi, non fu mai presa seriamente in esame la possibilità di azioni militari contro l’esercito hutu o i miliziani dell’interhamwe. A questo caso potremmo aggiungere quello della Somalia, in cui la missione “Restore Hope”, guidata dagli USA, si ritirò con un nulla di fatto, senza risolvere alcuna questione di ordine politico, militare e umanitario. Oppure ancora il Sudan, la Cecenia, il Mozambico, la Nigeria etc etc. La verità è che la decisione di intervenire o meno in un determinato scenario è dettata da criteri di carattere economico e geopolitico, che assolutamente nulla c’entrano con i principi filantropici .Tutto questo anche a causa dell’incapacità degli organismi internazionali di arginare le controversie tra stati: svuotati di reali capacità di mediazione e intervento, bloccati da veti incrociati e da delicatissimi equilibri globali, essi appaiono completamente ingessati e ripiegati su se stessi.Il cuore del problema è proprio questo: finché non ci sarà un organismo sovranazionale autonomo, dotato di sufficiente autorità e potere da sanzionare quegli stati che non rispettano i diritti della persona e gli accordi stipulati, sarà assai complicato risolvere le infinite contese tra paesi e guidare le transizioni alla democrazia. Perciò occorre modificare la struttura dell’ONU, annullando o quantomeno limitando il sistema dei veti, rendendo l’organizzazione indipendente dalle scelte di politica estera dei singoli membri e potenziando il corpo dei caschi blu, da impiegare anche in azioni di contrasto al contrabbando di armi. Al tempo stesso va rafforzato il ruolo dell’UE, costruendo una linea diplomatica comune tra gli stati aderenti, alla cui base stiano la difesa dei diritti umani, la lotta alla proliferazione degli armamenti, la fine delle alleanze militari del XX sec.
Nel corso della crisi libica, purtroppo, i principali paesi dell’UE hanno fatto esattamente il contrario di ciò che sarebbe stato auspicabile: agendo come un gruppo di cani sciolti hanno riaffermato la volontà di mettere al primo posto gli interessi nazionali rispetto a quelli della confederazione. In particolare tra tutti il governo italiano, nel corso delle ultime settimane, si è distinto per inettitudine e falsità, dando prova ancora una volta di tutte le sue peggiori caratteristiche. Il doppiogiochismo nei confronti dell’ex alleato ed amico Gheddafi e soprattutto della popolazione libica insorta, l’assoluta ininfluenza nelle decisioni di UE e Alleanza Atlantica, l’incapacità di arginare l’emergenza immigrati. Allo stato attuale dei fatti, con le operazioni militari in mano alla NATO, è augurabile che le diplomazie coinvolte nella crisi lavorino per un cessate il fuoco immediato e affinché la risoluzione dell’ONU , con cui si decretava l’instaurazione di una no fly zone, venga rispettata e non utilizzata come parafulmine per un’ operazione bellica su vasta scala.
Forse nel nostro manifestare per la pace, nel rifiutare la violenza, nella speranza che si giunga ad un’armoniosa convivenza tra i popoli, si nasconde veramente il nostro essere degli illusi o dei pazzi. Tuttavia come diceva Aldo Capitini:
“Sarà pur bene che qualcuno lo faccia: il fuoco viene sempre acceso da un punto”.
Matteo Minelli
domenica 27 marzo 2011
Una Guerra Democratica Non Esiste

L’occidentale viene considerato il mondo democratico e, anche se in fin dei conti non è cosi, si fa garante e portatore di libertà in tutto il mondo, ma come si può portare una democrazia attraverso l’utilizzo di caccia bombardieri, e contraeree?
Dopo la fallimentare “guerra al terrorismo” in Iraq che può essere vista sotto il profilo degli interessi petroliferi, e il campo santo che si è creato in Afghanistan, ci risiamo, nuovamente in campo in una guerra che può essere vista sotto molti profili ma quello forse predominante è l’interesse degli stati occidentali alle fonti petrolifere.
È giusto delegittimare una dittatura oppressiva e atroce nei confronti della propria popolazione, di un regime che bombarda le piazze perche in rivolta, ma allo stesso modo è giusto, in una guerra civile, far intervenire molte nazioni al fianco di uno schieramento o dell’altro? Se una nazione è pronta alla rivoluzione, alla propria libertà vince su tutto, a mani nude riesce a vincere perfino la forza delle bocche di fuoco, come in Egitto: la popolazione in rivolta è riuscita a capovolgere un regime sopportando e contrastando l’esercito che era stato schierato nelle piazze.
Fatto sta che l’Italia è stata, fin dalle prime guerre, forse la nazione più opportunista del mondo, non ha una propria idea che porta in fondo, fino alla fine, ma piuttosto cambia opinione come più gli conviene, ci possiamo riferire alla seconda guerra mondiale con i tedeschi, ci possiamo riferire alla Grande Guerra con gli austriaci, ed ora abbiamo un nuovo esempio fresco : dopo che Gheddafi era ritenuto il nostro “migliore amico” e dopo averlo accolto in poppa magna nella caserma “Salvo D’Acquisto” in Roma, con caroselli a cavallo e manifestazioni varie in suo onore, ci siamo schierati dalla parte della NATO additandolo come un atroce dittatore e mettendo a disposizione i nostri caccia e le nostre basi militare; con il Colonnello abbiamo stretto rapporti affinchè controllasse le proprie coste e fermasse le imbarcazioni dirette verso le nostre coste costringendo cosi a far restare le persone bloccate nel paese libico, sotto lo stesso paese dal quale ora li vogliamo liberare, ma il fatto che era un’atroce dittatore prima non lo si sapeva? Da ricordare che con la Libia abbiamo firmato un trattato nel quale si diceva che in caso di conflitto non saremmo intervenuti e soprattutto non avremmo prestato le nostre basi militari…
Si vede chiaramente una debolezza del Governo incapace di portare a compimento le proprio scelte e proprio idee;
“QUANDO LA SITUAZIONE SI FA DURA, IL GOVERNO SMETTE DI GIOCARE E SI ALLEA CON IL PIU FORTE”
Schierarsi dalla parte del più forte e sfruttare al meglio le situazioni in modo opportunistico spesso non è la migliore delle situazioni, perche prima o poi anche i tuoi amici si accorgono del doppio gioco.
Tonicchi Gabriele
domenica 13 marzo 2011
Fukushima: rischio fusione anche per il reattore n.3

Fukushima peggio di Three Mile Island ?

Per cercare di capire cosa sia realmente successo e cosa stia succedendo ora nella centrale nucleare di Fukushima è necessario andare per ordine. I primi allarmi della tarda serata di ieri anche se goffamente banalizzati dalle semplicistiche affermazioni di Chicco Testa su “la 7” oggi sembrano avere un logico quanto preoccupante seguito.
E’ oramai ufficiale che il terremoto di ieri ha provocato danni a due dei reattori della centrale danni che, sommati a quelli subiti dalle infrastrutture ordinarie (energia elettrica e fornitura idrica) hanno determinato lo stato di allerta prima ed emergenza immediatamente dopo. Il problema in questi casi è che il surriscaldamento non controllato del nocciolo determini una fusione del reattore con conseguenze molto simili a quelle che l’umanità ha già sperimentato con Cernobyl. E’ chiaro che se manca l’energia elettrica che fa muovere le pompe e se l’acqua di raffreddamento viene meno perché (come in questo caso) le dighe cedono ed i bacini si svuotano la temperatura del reattore ed un eventuale inizio di fusione del nocciolo non possono più essere controllati. Le notizie sono ancora contrastanti ma la stessa TEPCO (Compagnia Elettrica di Tokyo) nel suo sito riporta che i responsabili della centrale hanno chiesto il permesso di espellere dalla centrale i vapori in sovrapressione con relativa immissione di radioattività nell’ambiente circostante che secondo alcune fonti avrebbe raggiunto livelli mille volti superiori al livello di soglia. Insieme ad isotopi poco preoccupanti preoccupanti come lo Iodio che si dimezza in soli otto giorni e’ stata riscontrata la presenza di Cesio 137, un elemento che dimezza spontaneamente la sua concentrazione quindi la sua radioattività in 30 anni, ma che soprattutto potrebbe stare a significare un problema serio al nocciolo del reattore. Problema che la compagnia elettrica non ha nascosto ammettendo una parziale fusione del reattore n°1 che tuttavia dichiara di avere ora sotto completo controllo, sarebbe interessante sapere anche come ndr. Il rischio che si sta ancora correndo a Fukushima è considerevole se si considera che sono state fatte evacuare 45 mila persone per un raggio di 10 chilometri. Una situazione probabilmente peggiore a quella del più grande disastro nucleare avvenuto negli USA (1979 a Three Mile Island) quando il surriscaldamento del reattore provocò la parziale fusione del nucleo rilasciando nell’atmosfera gas radioattivi pari a 15000 terabequerel (TBq). In quella occasione vennero però evacuate 3.500 persone in un raggio di soli 2 chilometri.
Le notizie che giungono in diretta mentre sto scrivendo non sono rassicuranti, l’ esplosione nell’edificio che ospita il reattore avrebbe provocato il crollo del soffitto e la distruzione della gabbia esterna di contenimento del reattore stesso. La popolazione non evacuata, quella cioè che vive a più di dieci chilometri di distanza dal reattore, è stata invitata dalla tv a mettere in atto tutte le misure di emergenza contro la contaminazione radioattiva, tapparsi in casa, coprire naso e bocca con stracci bagnati, non consumare frutta e verdura. Alla faccia della situazione sotto controllo!
domenica 27 febbraio 2011
Dov'è la libertà, lì è il mio paese

Sabato 25 Febbraio si è tenuta in piazza della repubblica una manifestazione di solidarietà nei confronti del popolo libico, alla quale hanno partecipato PD, IDV e PRC. Come giovani, oltre ad aderire a tale iniziativa, abbiamo deciso di organizzare autonomamente un sit-in presso l’università per stranieri, appendendo sul portone principale, un nostro striscione che recitava: “Dov’è la libertà, lì è il mio paese”. Una famosa frase di Benjamin Franklin che ben sintetizza, specie nel contemporaneo mondo globalizzato, la necessità di superare i confini e soprattutto le barriere geopolitiche ed economiche che ci separano. Ognuno conservando e tutelando il proprio patrimonio culturale, umano, ambientale coscienti che la memoria e la difesa delle proprie tradizioni sono necessari per conoscere e rispettare quelle degli altri. Con tali presupposti si può giungere ad una società aperta e multietnica nella quale si esprimano una pluralità di sensibilità e bisogni tra cui quelli che riteniamo più impellenti: il miglioramento della qualità della vita e dello sviluppo, la salvaguardia dell’ambiente naturale, la valorizzazione del lavoro come parte integrante dell’identità dell’individuo. Queste che sono necessità dei giovani di tutto il mondo, ovunque vanno difese ed interpretate. Per questo motivo esprimiamo un sentimento di piena fratellanza nei confronti del popolo libico e di tutti coloro che ovunque nel mondo lottano per l’emancipazione e la libertà della propria gente. Allo stesso tempo vogliamo marcare il nostro più profondo dissenso nei confronti del Governo, che dopo essersi genuflesso nei confronti di una spietata dittatura, solo nelle ultime ore pare( il fatto non è comprovato da alcun atto ufficiale) aver preso la decisone di sospendere il trattato italo-libico. Trattato che va ricordato, sbugiardando i demagogici racconti del colonnello e del cavaliere, non costituisce una riparazione nei confronti del popolo libico per gli anni della colonizzazione e neppure un freno al problema immigrazione, ma è piuttosto il frutto di reciproci interessi individuali.
Siamo coscienti che l’obiettivo di un mondo libero e pacifico non sarà affatto facile da realizzare; il primo passo verso questa direzione è una nuova politica estera, del nostro paese e dell’UE, che superando tatticismi e facili vie, rimetta al centro i diritti sociali e della persona. L’unica Realpolitik di cui vogliamo essere portavoce infatti è quella della pace, dello sviluppo, della coesistenza tra i popoli.
Un’ utopia per cui vale la pena lottare...
Dipartimento Giovani Italia dei Valori dell’Umbria




