mercoledì 7 dicembre 2011
Cambiano i governi ma la storia resta la stessa
sabato 12 novembre 2011
In merito agli sviluppi della questione Ikea
venerdì 9 settembre 2011
Lettera all'IDV
mercoledì 7 settembre 2011
Uno sciopero giusto al momento giusto
venerdì 26 agosto 2011
Costi della politica: Abbattiamoli anche in Umbria
lunedì 4 aprile 2011
..Inceneriamoli..

Il 29 marzo scorso, a Palazzo Cesaroni, si parlava di finanziaria. Da votare c'erano 4 documenti: il bilancio, la legge finanziaria, il collegato e il pluriennale 2011-2013. Di finanziaria e bilancio parleremo più tardi; concentriamoci sul collegato, cosa sarà mai? Pensate intensamente... ebbene si, ancora lui: l'inceneritore. Locchi e Rometti non hanno proprio digerito il no alla chiusura del ciclo dei rifiuti ed hanno tentato di ripresentare la proposta, passando dalla finestra. Sono stati stanati quasi subito, con l'accusa, addirittura, di avere alle spalle “poteri forti”. La disapprovazione e l'opposizione più dura e concreta, sono sempre portate avanti e gestite dall'IdV, con la premiata ditta Dottorini-Brutti, spalleggiati e sostenuti, come ormai è prassi, dal PRC (Stufara). Inutile spiegare ancora le alternative, le controindicazioni e gli svantaggi al così detto termovalorizzatore, che di valorizzante non ha assolutamente nulla, meno che mai l'aspetto energetico..forse farà aumentare il valore del portafogli di qualcuno!? Ai posteri la sentenza.
Da tutto questo ambaradan, emergono, comunque, due dati importanti in termini politici a livello territoriale. Il primo, è che l'unico vero partito di opposizione e proposta, che si pone come un'alternativa vera alla sinistra, con idee riformiste e progressiste è l'IdV, che qui in Umbria rappresenta anche un'eccezione, per certi aspetti, rispetto al resto d'Italia. Il secondo è che il PD non è più in grado di essere un partito di governo vicino alla gente (per lo meno in Umbria), non ha prospettive future, non investe sui giovani e non fa una politica con progetti a medio-lungo termine: in sostanza, si guarda all'immediato beneficio (spesso e volentieri economico) e mai ad un beneficio futuro, finalizzato ad un miglioramento della qualità della vita. Tutto ciò ce lo conferma la finanziaria regionale: andando ad analizzare gli investimenti si evincono diverse posizioni e scelte. Tralasciando il cospicuo investimento sulla sanità, che rappresenta più del 50% dei 2 miliardi ed 800 milioni della manovra, saltano all'occhio le sostanziali differenze fra i circa 400 milioni di euro divisi tra gli organi istituzionali e l'amministrazione generale, contro i soli 89 per il lavoro e la formazione, i 16 per il sociale e i circa 46 per la cultura. Nota dolente è anche il turismo, al penultimo posto con soli 13 milioni. Dulcis in fundo c'è la questione dei trasporti e della mobilità, che per mole di investimento è al secondo posto: la decisione dovrà essere motivata visto che, il settore dei trasporti pubblici, nella regione, è quello che ha subito ingenti aumenti diffusi su tutto il territorio, raggiungendo anche il record negativo a Perugia, con il ticket più caro d'Italia.
Cari ragazzi, ecco a voi la politica che hanno in mente i nostri dirigenti regionali, con questi investimenti avremo ripercussioni inevitabili a tutti i livelli (comunali e provinciali); come sempre l'alibi sarà quello dei tagli adoperati dal governo nazionale.. almeno finché a governare sarà il centro destra, perchè poi, se per assurdo vincessero le elezioni, quale scusa si inventeranno ancora per giustificarsi!?
E' arrivato, perciò, il momento di mettersi in gioco e di iniziare a sporcarsi le mani in prima persona; l'impegno politico, ma sopratutto, civico, di tutti è fondamentale per risollevare lo sorti di un territorio che sta attraversando un momento difficile, causato da molteplici fattori. Ovviamente non tutti i problemi possono essere imputati a chi ci governa, ma dimostrare di essere cittadini informati e preparati sarà un modo per far sentire il fiato sul collo e mettere un po' di giudizio a coloro che ci amministrano.
Lorenzo Di Schino
foto da crumbria
venerdì 11 febbraio 2011
Idv Giovani Umbria con la Fiom

Venerdì 28 Gennaio il Dipartimento Giovani IdV dell’Umbria ha aderito alla sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla FIOM-CGIL, partecipando attivamente alla manifestazione regionale tenutasi presso il centro FIAT di via Piccolopasso.Come partito e come giovani abbiamo infatti ritenuto doveroso portare il nostro sostegno ai lavoratori e alle lavoratrici di questo settore, i cui diritti, mai come oggi, sono rimessi in discussione e sottoposti ad una violenta tentativo di contrazione.
Ci pare doveroso tuttavia ad una settimana di distanza aprire una serie di riflessioni sul tema della condizione del lavoro, in particolare quello giovanile, all’interno dell’attuale quadro economico, e sul ruolo che il sindacato è chiamato a ricoprire nella modernità.Negli ultimi vent’anni UE, associazioni di lavoratori e imprenditori, oltre che numerosi giuslavoristi ed economisti hanno sostenuto la necessità di flessibilizzare il mercato del lavoro, sostenendo che ciò avrebbe comportato un aumento dell’occupazione e della competitività sui mercati internazinali.Nel nostro paese questo bisogno si è tradotto in una serie di provvedimenti legislativi, volti a sradicare il quadro etico e normativo sul quale si basava il mondo del lavoro. Tra i principali ricordiamo il “protocollo d’intesa” tra governo e parti sociali del Luglio 1993, il pacchetto Treu del 1997 e la legge trenta del 2003.Con tali palesi deregolamentazioni allo statuto dei lavoratori(entrato in vigore il 20 Maggio 1970, e tuttora da considerarsi il punto più avanzato della legislazione in materia di occupazione), sono stati introdotti: il lavoro interinale e a chiamata,quello in affitto e in somministrazione, l’orario pluriperiodale,l’illimitata replicabilità di contratti flessibili, l’abolizione della norma che vietava limiti di contenimento all’impiego dei contratti atipici e quella che vietava l’interposizione di soggetti terzi tra lavoratori e impresa.Due gli assunti a sostegno di tali provvedimenti, il primo di carattere ideologico sarebbe quello secondo cui il lavoro, inteso almeno nelle sue forme classiche, nella contemporaneità è ormai un arcaismo, un retaggio del passato e che presto le trasformazioni introdotte dalle nuove tecnologie(ICT) contribuiranno inesorabilmente a far scomparire alcune forme di occupazione, in particolare quelle a qualificazione medio-bassa e ad alta intensità di forza-lavoro.Il secondo invece è il principio secondo il quale il nostro sistema paese non sarebbe adeguatamente efficiente, produttivo e competitivo, per reggere l’impatto delle economie delle nazioni in via di sviluppo.

(Punto primo)In realtà, perfino da studi di enti governativi, emerge il quadro opposto: nel nostro paese, e in molti altri dell’UE, si assiste a situazioni diffuse di densificazione e intensificazioni dell’occupazione( 7 mln gli individui che praticano un “labo-intensive job”), correlate ad altri fenomeni assai preoccupanti quali l’immissione nel mercato del lavoro di fiumi di soggetti ad alta qualifica professionale, che non trovando spazi occupazionali nel proprio settore, si riversano in altri campi( naturalmente meno remunerativi e privi di competenze specifiche), contribuendo a far diventare la forza-lavoro una merce abbondante e di conseguenza di scarso valore.Il risultato, dal punto di vista sociologico, di questo quadro economico e normativo, è la nascita della società flessibile, e della dimensione della precarietà.Nel nostro paese i lavoratori flessibili , tra regolari e irregolari, pubblici e privati, sono ormai più di 11 milioni, e visto il trend degli ultimi anni andranno sicuramente aumentando, e di pari passo ad essi aumenterà la disoccupazione giovanile, già ad oggi ai massimi storici.Dovrebbe essere perciò pacifico che tale società non soltanto non contribuisce al benessere collettivo, ma comporta anche la rottura di gravissimi equilibri individuali.La condizione sociale umana che deriva da una sequenza di contratti atipici di durata determinata implica per il soggetto che vi è sottoposto semplicemente insicurezza, che partendo dal mondo professionale investe l’intera esistenza.Il lavoratore contemporaneo subisce i costi umani, sociali, familiari della flessibilità; paga in termini di carriera, percorsi formativi iniziati e interrotti, di fatica fisica, di stress mentale ed emotivo, di totale e supina dipendenza dalle decisioni dell’impresa.Anche nei paesi europei, assai più civili e avanzati del nostro, nei quali la flessibilità è coniugata con la sicurezza sociale( flessi-sicurezza), il prezzo che il lavoratore paga, non più nell’ambito salariale ma in quello etico e sociale, resta assai oneroso.(Punto secondo)La flessibilità, che dovrebbe permetterci di aumentare competitività e livelli occupazionali, è un fenomeno riconducibile al più generale processo di globalizzazione, e in conseguenza di ciò secondo alcuni sarebbe inarrestabile.É infatti vero che l’eccesso di manodopera a basso costo, priva di diritti, immessa nel mercato mondiale da paesi in via di sviluppo, nei quali non esiste alcuna legislazione del lavoro, ha provocato la perdita di gran parte del potere contrattuale, di cui godevano i lavoratori occidentali.Ormai da circa vent’anni le 100.000 principali corporations transnazionali, che realmente controllano l’economia globale, lavorano affinchè l’incontro tra salari e diritti degli occupati nei paesi occidentali e quelli dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo si incontrino nel punto più basso.Dal 2000 OECD watch , pubblica un rapporto sulle violazioni dei diritti umani praticati dalle multinazionali nei paesi dell’ormai ex terzo mondo, spesso all’interno di progetti economici finanziati direttamente dalla Banca Mondiale o dal Fondo Monetario Internazionale.Dovrebbe perciò essere chiaro che nell’economia mondiale per come è stata strutturata negli ultimi vent’anni, non si possa più parlare di scontro tra sistemi-paesi ma bensì di scontro tra interessi di grandi gruppi economico finanziari e i cittadini globali.Le TNC e le loro sussidiarie infatti al di là della sede giuridica e talvolta del nome(vedi FIAT), non hanno assolutamente nulla di nazionale( la FIAT già oggi ha il 75% della propria produzione fuori dal nostro paese), e non sentono alcun vincolo, di natura morale o economica nei confronti dello stato di origine.

Nei paesi occidentali a pagare le conseguenze di questo stato di cose, in termini di reddito, diritti e talvolta dignità, sono in primo luogo i giovani.Le nuove generazioni infatti, non possiedono più alcuna tutela al loro ingresso nel mercato del lavoro; nessun contratto nazionale li protegge, nessun sindacato li assiste.Il contratto imposto ai lavoratori di Mirafiori(contro cui continueremo a batterci), nonostante rappresenti un chiaro passo indietro sul piano dei diritti e della rappresentanza sindacale, è comunque un miraggio per le decine di migliaia di giovani che oggi iniziano il loro percorso lavorativo.Chi è abituato a convivere con contratti di lavoro in affitto o in somministrazione, intermittente, ripartito o a prestazione occasionale, la sua “Pomigliano” la vive ogni giorno.Sebbene non intendiamo disconoscere il ruolo storico del sindacato nel nostro paese, dobbiamo constatare che le associazioni di categoria ben poco hanno fatto per difendere le nuove generazioni, preferendo sempre privilegiare gruppi molti meno numerosi di lavoratori e spesso assai più tutelati dal punto di vista normativo.Talvolta il sindacato ha risposto a interessi esclusivamente propri e corporativi, portando avanti politiche del lavoro ormai superate.

Bisogna essere onesti: la battaglia per cambiare l’attuale indirizzo della politica economica globale non è affatto facile da vincere.In primo luogo occorre battersi su un piano culturale, e lottare affinché si ristabilisca un principio sancito dalla Dichiarazione di Philadelphia del 1944: il lavoro non è un merce.Viceversa esso è una parte integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell’identità della persona, dell’immagine di sé, del senso di autostima.Nel nostro paese è necessario sempre ricordare alcuni articoli della nostra costituzione:il 36 “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, art .41 “l’iniziativa economica privata(…) non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, art. 46 “Ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge alla gestione delle aziende”.Come detto precedentemente il problema del lavoro e della flessibilità è un problema mondiale, e perciò ha bisogno di soluzioni internazionali.La politica globale, se non fosse com’ è oggi supina ad interessi particolari invece di interessarsi alle necessità collettive, dovrebbe perseguire un chiaro obiettivo:far salire il livello, delle retribuzioni (a parità di costo della vita ) e dei diritti dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo, parificandoli a quelli dei lavoratori occidentali, così da permettere l’instaurarsi di una competitività sana e non distorta come invece è quella attuale.Questo processo non è sicuramente facile, tuttavia esistono alcuni mezzi con cui in un medio-lungo periodo si potrebbe modificare l’attuale edificio economico mondiale.In primo luogo è necessario che le organizzazioni internazionali accertino e perseguano legalmente le responsabilità delle grandi corporations( o delle loro sussidiarie), nell’ambito della violazioni dei diritti umani e dei lavoratori, tanto nei paesi in cui hanno sede giuridica quanto nei paesi in cui operano.É necessario introdurre nuovi parametri nelle modalità di finanziamento dei progetti industriali promossi da FMI e BM, al fine di garantire e uniformare universalmente salari e diritti.Occorre promuovere codici di responsabilità etica e sociale delle imprese, che contengano l’impegno di omologare, tenuto conto dei differenziali di produttività e del costo della vita, condizioni di lavoro dei propri dipendenti in tutte le loro sedi.Sviluppo di enti nazionali e internazionali che si occupino di dare impulso alla crescita dei cosiddetti “investimenti responsabili”.
Naturalmente la natura di tali interventi è sovranazionale; nel nostro paese allo stesso tempo occorre portare avanti una generale revisione della legislazione sul lavoro, nella quale partendo dagli articoli della costituzione sopracitati, si introducano nuove regole sulla rappresentanza sindacale( sul modello della proposta di legge elaborata dal Dipartimento Lavoro dell’Italia dei Valori in accordo con la FIOM), si “legalizzi” la figura/classe sociale del precario( con la creazione di adeguati ammortizzatori sociali e processi di formazione: è utile ricordare che l’Italia spende solo l’1,4% del PIL in politiche del lavoro, contro il 4,5% della Danimarca ad esempio), si permetta la nascita di forme d’impresa in cui realmente i lavoratori possano partecipare democraticamente ai processi produttivi, condividendo i rischi e allo stesso tempo gli utili delle attività imprenditoriali.
Noi giovani per primi dobbiamo coltivare una nuova idea di progresso, basato sullo sviluppo sostenibile, su uno stato efficiente, sull’impresa responsabile, su nuovi modelli di consumo, su una legislazione del lavoro moderna e trasparente, in cui siano chiari i doveri e i diritti dei lavoratori.Un progresso che rimetta al centro il Lavoro, di qualsiasi natura esso sia, purché contribuisca alla creazione di una società in cui il libero sviluppo di ognuno sia la base del libero sviluppo di tutti.
Globalizziamo l’economia, globalizziamo i diritti…..
venerdì 14 gennaio 2011
Emendamenti al DAP - IdV Umbria

L’Italia dei Valori dell’Umbria in questi giorni ha espresso pubblicamente e in molteplici occasioni il proprio dissenso nei confronti del DAP( Documento Annuale di Programmazione), tanto nel metodo con il quale esso è stato licenziato dalla Giunta (senza alcuna preliminare riunione di maggioranza), quanto nel merito di alcune sue parti. Come Dipartimento Giovani, abbiamo partecipato al dibattito interno su tale questione, condividendo pienamente la posizione critica assunta dal nostro partito nei confronti di questo documento , nel quale sono riportate le linee guida per il governo della regione Umbria. Il DAP mentre da un lato risulta ricco di contraddizioni e ricolmo di schemi tradizionali di gestione, ormai obsoleti, dall’altro ci appare privo di alcuni passaggi fondamentali e innovativi in tema di ambiente , sanità, infrastrutture, politiche del lavoro. Per tali motivi stamani i nostri consiglieri regionali, Dottorini e Brutti, hanno presentato in una conferenza stampa a palazzo Cesaroni, le proposte di modifica, sotto forma di emendamenti, elaborate dai dipartimenti tematici dell’IdV dell’Umbria. Queste le principali modifiche richieste:
Ambiente e agricoltura
A nostro avviso è necessario definire con maggiore precisione possibile l’ambito della green economy, affinché l’impatto ambientale sia veramente l’indicatore imprescindibile, sul quale identificare o meno l’appartenenza di un’impresa a questo settore, evitando sprechi di risorse pubbliche a favore di soggetti economici, che in realtà non seguono affatto i paradigmi dell’economia verde.
La sostenibilità ambientale deve essere necessariamente correlata al recupero della sostenibilità sociale.
Nel documento deve essere prevista la riconversione di alcuni siti altamente inquinanti (come Gualdo Cattaneo), in considerazione della crescente produzione energetica da fonti rinnovabili già riscontrabili.
Monitoraggio degli acquisti pubblici ecologici e introduzione di aspetti ambientali nelle procedure di acquisto di beni e servizi delle amministrazioni locali.
Superamento nell’ambito dell’economia verde dei finanziamenti “ad personam” attraverso una verifica puntuale dei bandi fin ora concessi (in particolare nei settori della meccanica e della meccatronica).
Promozione e sostegno dell’agricoltura biologica per la sua valenza ambientale e per il ruolo di tutela dei consumatori, che essa riveste.
Cancellazione della parte relativa alla possibilità di introdurre in Umbria un agricoltura che utilizzi gli OGM.
Valorizzazione delle risorse energetiche autoctone di interesse agrario e dei progetti di tutela della biodiversità come l’archeologia arborea e il monitoraggio Beenet.
Risulta necessaria l’approvazione nel tempo più breve possibile di una legge sui GAS e per la promozione di alimenti a chilometri zero, di filiera corta e di qualità.
Introduzione di un piano regionale per la zootecnia sostenibile
Informazione:
Introduzione, attraverso una specifica legge regionale, di attività di sostegno e stimolo all’informazione periodica locale, al fine di una maggiore democrazia e pluralismo, e alla formazione di una complessa identità legata al territorio e alle identità locali.
Sanità:
Il Dap non accenna minimamente alla vicenda Sanitopoli, creando un gravissimo buco politico, poiché tali vicende hanno dimostrato la necessità di introdurre nuovi criteri di nomina per ciò che concerne la scelta delle dirigenze e delle presidenze delle ASL, abbandonando le vecchie modalità basate solo sugli equilibri politici e incentivando le competenze e le esperienze nel campo specifico come nuovi parametri per la scelta degli individui.
Infrastrutture:
Nel documento non vengono stabilite le priorità degli interventi da apportare, ma vengono messi tutti sullo stesso piano, dalla messa in sicurezza della E45 all'introduzione di Perugia nella rete nazionale ferroviaria, passando per il collegamento Perugia-Ancona, alla trasformazione in autostrada della stessa E45. Su tale tematica è fondamentale perciò stabilire quali sono gli interventi di maggiore importanza; l'IDV Umbria mette un accento su quella che è la messa in sicurezza della E45, introducendo la corsia di emergenza e mantenendo tale strada gratuita, considerandola come unica alternativa all'Autostrada del Sole; poi sicuramente la necessità di riportare l'Umbria all'interno delle tratte ferroviarie nazionali, dato che l'ultimo anno sia Terni ha subito una diminuizione dei treni non regionali e Perugia è totalmente tagliata fuori da questa mappa e ha come unico collegamento la bretella con Terontola.
Economia:
Valorizzare le eccellenze in tema di agroalimentare, attraverso un sistema di certificazione dei prodotti tradizionali umbri.
Valorizzare le risorse idriche regionali e aumentare i canoni di concessione per l’imbottigliamento di acque minerali.
Organizzare la Giornata regionale del commercio Equo e Solidale
Rifiuti
Applicazione del PRGR nei suoi punti fondamentali
Investire risorse su un corretto sistema di raccolta differenziata
Introduzione di forme di sostegno ai comuni che adotteranno la strategia “Rifiuti Zero”
Chiusura della discarica di Pietramelina entro i primi sei mesi del 2011.

lunedì 27 settembre 2010
“GIUSTIZIA, POTERE E SVILUPPO ECONOMICO: NUOVE IDEE PER FAR RIPARTIRE L’ITALIA”
Negli ultimi 15 anni la capacità di produrre e ridistribuire ricchezza da parte dell'economia italiana è costantemente diminuita e il nostro sistema delle imprese ha perso capacità competitiva sia nei confronti di altri paesi industrializzati che di quelli emergenti. Nella nostra visione, la ragione ultima della lenta crescita dell'economia italiana è da attribuirsi ad un sistema produttivo specializzato in settori a basso contenuto di innovazione tecnologica e caratterizzato da un'eccessiva frammentazione in piccole e piccolissime imprese che tendono a competere sulla riduzione del costo del lavoro piuttosto che sull'innovazione e sull'investimento in capitale umano.
L'affermarsi di questo modello si sviluppo economico si è riflesso nell'andamento del mercato del lavoro, che nel nostro paese penalizza sempre di più l'occupazione di buona qualità e tende ad aumentare la disuguaglianza nelle opportunità di reddito e di occupazione. Tra lavoratori garantiti e lavoratori con contratti a termine. Tra uomini e donne. Tra lavoratori giovani e lavoratori che hanno già accumulato una lunga esperienza lavorativa.
Sulla base di queste considerazioni siamo persuasi che lo strumento principale di cambiamento dovrebbe essere la ripresa di una seria politica industriale su tutto il territorio nazionale. L'obiettivo primario della politica industriale coordinata a livello pubblico dovrebbe essere quello di sostenere gli investimenti in nuove tecnologie da parte delle imprese e, più in generale, favorire la riorganizzazione del sistema produttivo verso settori con maggiori prospettive di crescita produttiva e occupazionale di buona qualità.
Il successo di una simile strategia di politica industriale avrebbe effetti positivi sul mercato del lavoro: stimola la domanda di lavoro per i lavoratori qualificati, riduce gli incentivi delle imprese a ricorrere a contratti a tempo determinato mentre le spinge ad investire nella formazione dei propri dipendenti. In altre parole favorisce la riduzione delle disuguaglianze e la creazione di occupazione di buona qualità.
La politica di riforme per il mercato del lavoro dovrebbe in parte coordinarsi con le strategie di politica industriale e, per l'altra, mirare ad correggere quelle ingiustizie e inefficienze che si sono accumulate negli anni come esito di una politica del lavoro orientata quasi esclusivamente a ridurre le garanzie a protezione dell'impiego e ad aumentare la flessibilità contrattuale per i nuovi assunti.
Definita la nostra visione generale e gli obiettivi della politica economica, è possibile entrare nel merito di quelle specifiche misure che sono necessarie per attuarla. In questa prospettiva si distinguono due tipologie di intervento: politiche a sostegno dello sviluppo economico e politiche per il mercato del lavoro.
Politiche a sostegno dello sviluppo economico
La politica industriale dovrebbe essere guidata da un disegno su base nazionale e seguire criteri di selettività. In particolare si possono individuare 3 aree di intervento:
1) Piano di politica industriale coordinato a livello nazionale e realizzato attraverso misure selettive di sostegno alle imprese e ai settori che producono nuove tecnologie ed elevato valore aggiunto in termini di qualità dell'occupazione e crescita della produttività (i beni innovativi nel campo della ricerca medica, delle energie rinnovabili, dei trasporti, ecc). La politica industriale non dovrebbe limitarsi ad incentivare l'offerta di nuove tecnologie, ma ha il compito di stimolare la domanda di nuove tecnologie. In questa prospettiva si individuano tre linee di intervento.
Primo, incentivare in modo sistematico i consorzi tra università e associazioni datoriali a livello regionale, al fine di creare dei “poli tecnologici” in grado di domandare i prodotti delle imprese locali e creare cosi delle economie di scala e di agglomerazione per lo sviluppo delle nuove tecnologie. La visione alla base di questo tipo di intervento è quella che interpreta il cambiamento tecnologico in termini evolutivi, non nei termini neo-classici del fallimento di mercato nel processo di produzione di conoscenza scientifica. Un esempio è l’IMT di Lucca. Ne stiamo progettando uno a Terni sulla biomedicina.
Secondo, aumentare significativamente e rese stabili nel tempo il credito di imposta per gli investimenti specifici in R&D; ridurre fino all’eliminazione gli stanziamenti indiretti e le agevolazioni a fondo perduto.
Terzo, attuare un intervento legislativo a favore dell'imprenditoria giovanile. E' necessario definire un quadro normativo nazionale e dei flussi stabili di finanziamento entro cui le amministrazioni regionali possono intervenire, per evitare interventi locali che siano frammentati, instabili e al di fuori di un piano strategico di politica industriale1. In particolare questo intervento legislativo potrebbe strutturarsi come segue. Un piano di finanziamento diretto e l’offerta di agevolazioni fiscali per incentivare l'imprenditoria giovanile nei settori della nuova economia (biotecnologie per la salute, nanotecnologie per le applicazioni industriali, produzioni di beni e servizi per il risparmio energetico e la qualità dell'ambiente, ecc). L’estensione dei voucher formativi per l’imprenditorialità co-finanziati dai centri di ricerca pubblici e privati nonché dalle istituzioni universitarie. Una struttura di assistenza tecnica e finanziaria a livello regionale che agevoli la fase di start-up e riduca il tasso di mortalità delle nuove imprese. Vedasi il punto seguente.
2) Politica pubblica per l'accesso al credito delle imprese con progetti di investimento innovativi e che finanziano stabilmente le attività di ricerca e sviluppo al proprio interno. Lo strumento potrebbe essere un Fondo di garanzia pubblica dei finanziamenti bancari per l'innovazione tecnologica, gestito da una sorta di “Authority per il sostegno finanziario all'Innovazione” (una specie di venture capitalist con garanzie pubbliche). In questa prospettiva si potrebbe prevedere l'introduzione di una legge che regoli il quadro normativo nazionale e, singoli istituti a livello delle amministrazioni regionali. L'organismo dirigente e amministrativo di questi istituto dovrebbe essere di natura tecnica e svincolato da nomine politiche. Il modello è quello della Banca d'Italia, ma con una struttura più snella e statutariamente predisposta al sostegno delle attività produttive.
3) Politica di sostegno alla crescita dimensionale delle imprese, La dimensione medio-piccola delle imprese è un fattore determinante della bassa crescita della produttività in molte regioni italiane. Finora la politica economica non si è occupata di questo problema con strumenti adeguati. Nella nostra visione si può agire attraverso la riduzione del costo del lavoro (ovvero il cuneo fiscale), in modo proporzionale al numero dei nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato e alle decisioni di investimento in beni tecnologicamente avanzati.
Politiche per il mercato del lavoro
Le proposte di politica per il mercato del lavoro dovrebbero essere orientate in due direzioni principali. In primo luogo, rendere effettive le misure di tutela del reddito pertutti i lavoratori a rischio di disoccupazione. In secondo luogo mettere a disposizione dei lavoratori degli strumenti formativi e delle tutele contrattuali in grado di limitare i problemi di cattiva qualità dell'occupazione, di sottoutilizzo delle competenze e di disuguaglianza della opportunità.
In particolare si tratta di:
1 ) sviluppare un modello di regolazione del mercato del lavoro in grado di integrare le politiche attive di orientamento e formazione e le politiche passive di sostegno all'occupazione in un quadro unitario e coerente di politica del lavoro nazionale e regionale. In questa prospettiva è necessario ampliare le prerogative dei Centri Pubblici per Impiego (CPI), i quali dovrebbero svolgere un ruolo di coordinamento e di intermediazione tra i lavoratori che usufruiscono degli ammortizzatori sociali meno tradizionali (cassa integrazione in deroga, mobilità indennizzata, sussidio di disoccupazione, ecc) e le imprese che domandano lavoro e nuove professionalità. In questo ambito è necessaria l'introduzione di una legge nazionale che fornisca un quadro normativo unitario e principi di sussidiarietà tra le varie regioni.
2) estendere gli ammortizzatori sociali e le misure di sostegno al reddito a coloro che ne sono privi. Questo sussidio di disoccupazione è di ammontare decrescente nel tempo e condizionato alla ricerca attiva di un lavoro da parte di chi ne usufruisce. Non andrebbe a sostituire gli ammortizzatori sociali tradizionali (cassa integrazione ordinaria e straordinaria). Il finanziamento del sussidio di disoccupazione sarebbe in larga parte dalla risorse precedentemente destinate agli ammortizzatori sociali che va a sostituire e per la parte rimanente attraverso un (minimo) aumento dei contributi sociali dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Per verificarne la sostenibilità finanziaria inoltre potrebbe essere introdotto gradualmente a livello regionale, e poi esteso a tutto il territorio nazionale1.
3) Il ri-orientamento delle politiche di formazione. L'obiettivo della formazione è quello di migliorare la qualità dell'occupazione e della produttività del lavoro, non solo aumentare la probabilità di trovare una qualsiasi occupazione. In questa prospettiva è opportuno aumentare sensibilmente le risorse pubbliche destinate al finanziamento deivoucher formativi individuali, secondo il principio che il formato si sceglie il proprio formatore. Le politiche di sviluppo del capitale umano attraverso il voucher e/o strumenti di formazione individuale potrebbero estendersi agli studenti in obbligo formativo. In particolare vi è l’opportunità di aumentare e razionalizzare le risorse pubbliche dirette al co-finanziamento di un periodo di studio all'estero per gli studenti che frequentano la scuola media superiore.
4) La politica economica per la stabilità dell'occupazione. E' necessario ridurre gli incentivi ad assumere con contratti a termine da parte delle imprese perché spesso si risolvono in un percorso di segregazione occupazionale. Al tempo stesso occorre garantire alle aziende una certa flessibilità nelle assunzioni, per meglio valutare la qualità del lavoratore. Abbiamo diversi strumenti a questo scopo. In primo luogo è possibile far ricorso ad agevolazioni fiscali per ridurre il costo del lavoro delle imprese che assumono con contratto a tempo indeterminato. In secondo luogo, si può intervenire con misure che favoriscono l'accesso al credito delle piccole e medie imprese che occupano i lavoratori in forma stabile. Infine è opportuno operare una semplificazione delle varie tipologie dei contratti a termine ed introdurre dei vincoli normativi al numero massimo di rinnovi contrattuali a tempo determinato.
Probabilmente la quadratura del cerchio è nell’introduzione di un contratto unico a tempo indeterminato con garanzie crescenti nel tempo. In questo contratto si possono prevedere tre fasi: prova, inserimento e stabilità. Chi è assunto è soggetto ad un periodo di prova di 6 mesi. Ciò consente al datore di lavoro di valutare le attitudini e le qualità del lavoratore. Successivamente, dal sesto mese al terzo anno dopo l’assunzione, si entra nelperiodo di inserimento durante il quale il lavoratore è tutelato contro il licenziamento disciplinare e riceve un’indennità nel caso di licenziamento economico. In questo periodo il datore di lavoro e il lavoratore possono investire in capitale umano specifico dell’azienda. Al termine del terzo anno, si entra nel periodo di stabilità, in cui si rafforza ulteriormente la protezione contro i licenziamenti.
1A questo proposito va segnalato che il sussidio di disoccupazione dovrebbe essere uno dei pilastri della sicurezza sociale nel mercato del lavoro. Non l'unico. Per il futuro si intravede l'esigenza di un reddito minimo di cittadinanza. Infatti il sussidio di disoccupazione, se erogata prevalentemente a fronte di versamento di contributi di tipo assicurativo, rischia di perpetuare la struttura duale del mercato del lavoro. Se combinata con l'accesso a un reddito minimo di cittadinanza condizionato alla verifica dell'esistenza di determinati requisiti, e finanziato dalla fiscalità generale, contribuirebbe ad una maggiore efficienza allocativa del lavoro, creando i presupposti per una maggiore equità distributiva di medio lungo periodo.
2 Un serio intervento nazionale sulla imprenditoria giovanile risponde a due obiettivi principali: limitare il problema dell'occupazione sotto-qualificata e migliorare qualità media della classe imprenditoriale in termini di età, livello di istruzione e pratiche competitive




