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mercoledì 7 dicembre 2011

Cambiano i governi ma la storia resta la stessa


La commissione Difesa della Camera ha deciso il finanziamento di 500 milioni di euro, fissando il nostro Paese all’ottavo posto nel mondo per spese militari. blindati per dieci milioni di euro, “veicoli tattici medi multiruolo” per altri 157 milioni, 447 veicoli tattici leggeri “lince” per 198 milioni. E ancora “sistemi acustici per la localizzazione delle sorgenti di fuoco”, barriere antisfondamento, veicoli automatici di perlustrazione per altri 56,3 milioni per un totale di 502 milioni di euro.

23 novembre 2011- VITTORIA DELL’IDV- “Oggi durante l’esame e l’approvazione dei 5 programmi d’arma è stata votata e recepita interamente la mia proposta di parere con specifiche condizioni. Ogni programma d’arma è stato approvato a condizione che si rivaluti completamente il quadro delle spese militari ridimensionando i programmi di acquisto in essere e si attivi un virtuoso investimento in termini di riqualificazione, addestramento e formazione del personale del comparto, e che si avvii un percorso che punti a finanziamenti selettivi attraverso i quali si definiscano le priorità e le reali necessità del comparto. Investire minori risorse e meglio” queste le parole del capogruppo IDV Augusto Di Stanislao dopo che ha presentato una mozione per chiedere di fermare lo shopping bellico del governo in Commissione Difesa della Camera.

5 Dicembre 2011- Quello delle spese militari continua ad essere un tasto dolente, soprattutto in questo periodo di crisi, soprattutto in vista di una manovra lacrime e sangue dall’ammontare complessivo di 24 miliardi. Stavolta a guadagnarsi la ribalta è un acquisto che lo Stato ha pianificato da tempo e che ai contribuenti costerà una cifra compresa tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Si tratta di 131 caccia bombardieri F35 Lockheed che entreranno in produzione alla fine del 2012 e che verranno consegnati a metà del 2013.

Ci iniziamo a fare moltissime domande a cui la risposta sembra scontata:

QUESTO GOVERNO C’è O CI FA?

Chiede sangue alla popolazione non riducendo i vitalizi né dei parlamentari né dei consiglieri regionali ma nel frattempo aumentano le tasse indiscretamente su tutto.

Ma sono veramente necessari questi F35 con un costo di 24 miliardi?

G.Tonicchi

sabato 12 novembre 2011

In merito agli sviluppi della questione Ikea



“Come giovani dell’Italia dei Valori dell’Umbria siamo stati i primi a sollevare la questione della Valutazione d’Impatto Ambientale in merito all’insediamento di San Martino, quindi non possiamo che accogliere molto positivamente l’interrogazione presentata dai nostri consiglieri regionali”. Questo il commento di Matteo Minelli, coordinatore dei giovani IdV dopo l’intervento di Dottorini e Brutti sul caso Ikea.
“Un progetto di dimensioni faraoniche come quello in esame dovrebbe essere oggetto di grandissima attenzione. Per questo sarebbe opportuno che le amministrazioni competenti vaglino sull’attuazione di tutte le misure utili a comprendere il reale impatto dell’insediamento, in termini ambientali, urbanistici, di sistema viario. Come giustamente hanno sottolineato il capogruppo e il segretario regionale comunque per poter dare giudizi definitivi sulla vicenda occorre attendere il proseguimento delle indagini. Fino ad allora da parte di tutte le istituzioni è necessaria l’espletazione di tutte gli atti tecnici e politici tali da garantire la massima trasparenza”.

venerdì 9 settembre 2011

Lettera all'IDV




Da qualche anno a questa parte Idv sta portando avanti gloriose battaglie in favore dei cittadini appartenenti alle classi sociali più disagiate in virtù di un profondo senso civico ispirato a valori di trasparenza, serietà, moralità e giustizia; guadagnando rapidamente molti consensi.
Il pragmatismo diepietrista, inteso come sano attivismo atto a mettere da parte vuoti e retorici pleonasmi, sta facendo di Idv uno dei partiti più credibili dell’intero panorama politico nazionale.
Il rapido ed al momento incontrovertibile decadimento politico che sta investendo il Nostro paese chiama i partiti d’opposizione a proporre alternative credibili ed a far sentire la propria presenza ai sempre più disillusi cittadini, i quali chiedono risposte di non sempre facile attuazione.
Di fronte all’incombente crisi economica, cui il governo – affaccendato soprattutto nel risolvere le grane giudiziarie di Berlusconi e nel soddisfare le richieste di singole lobbies di elettori- non riesce a proporre una soluzione credibile. Il frequente e isterico cambio di proposte formulato, ormai quotidianamente, dall’attuale maggioranza, ricorda lontanamente – e grottescamente- l’immobilismo politico che preparò il terreno all’avvento di Mussolini e del fascismo.
Idv ha proposto validissime alternative alle spesso scellerate iniziative dell’esecutivo, ma non ha preso posizione riguardo la virtuosa idea del Partito Radicale riguardo la revisione di alcuni privilegi fiscali del Vaticano.
Nel nostro paese la cultura della Laicità stenta ancora molto a istituirsi di fatto, sebbene la Costituzione ne sancisca l’esistenza. Indagini recenti di Repubblica, Panorama etc.. . hanno stimato nell’ammontare di una normale manovra finanziaria i fondi che lo Stato italiano percepirebbe se al Vaticano fossero fatte pagare ICI, tasse sulle attività commerciali, o se fossero rivisti in parte gli accordi inerenti l’8x1000 od ancora gli stipendi degli insegnanti di religione (nominati dalla Curia).
Non si vuole di certo sminuire il valore culturale e morale della Chiesa, che rimane un fondamentale baluardo per molti fedeli, ma avviare discussioni riguardo gli eccessivi privilegi fiscali di cui dispone la Santa Sede mi pare un atto dovuto ed onesto: in pieno stile IDV.
Sono fermamente convinto che gioverebbe al Partito prendere in analisi le vertiginose cifre, sottratte allo Stato – e quindi ai cittadini-, derivanti dal mancato gettito fiscale attualmente consentito al Vaticano.
I soldi recuperati dalla revisione di questi privilegi darebbe di certo più di una boccata d’ossigeno alle casse del Nostro Stato, che potrebbe così destinare questi fondi al pareggio di bilancio ed all’avvio di riforme atte a consentire un progresso nazionale.
Giustissimo abolire le provincie e tagliare gli sprechi della Pubblica amministrazione, altrettanto giusto, a mio parere, avviare un serio e sereno dibattito su quanto il Vaticano costi economicamente a noi contribuenti.

Valerio Bianconi

mercoledì 7 settembre 2011

Uno sciopero giusto al momento giusto



Ieri si è tenuto lo sciopero generale indetto dalla sola CGIL: la manifestazione principale a Roma e poi numerosi cortei nelle principali città d’Italia, anche in Umbria si sono organizzati presidi a Perugia e Terni. Come purtroppo spesso accade la cosiddetta informazione non informa: vedendo la TV ho appreso che la CGIL adottava un comportamento irresponsabile, che lo sciopero era prematuro, che la via parlamentare era la strada per migliorare la manovra o, al contrario, che era doveroso stare dalla parte del lavoro o comunque in tutti i luoghi dove si protestava. Ma quali sono le motivazioni che hanno spinto il sindacato più grande e rappresentativo del nostro paese ad indire uno sciopero generale? Per quali ragioni centinaia di migliaia di lavoratori hanno incrociato le braccia, rinunciando a percepire un giorno di salario in tempi di ristrettezze economiche?
Questo, ovviamente, il circuito mediatico non ce lo ha comunicato: la disinformazione è funzionale al regime. La CGIL ha indetto lo sciopero generale per dire NO a questa manovra che cambia continuamente e che, tuttavia, mantiene una sola caratteristica invariata: la sua sfacciata iniquità. Aumento dell’età pensionabile, taglio dei trasferimenti agli enti locali con conseguente riduzione dei servizi ai cittadini, blocco dello stipendio per gli statali, legalizzazione della possibilità di deroga ai contratti collettivi nazionali.
Questa manovra presenta forti tratti classisti nel senso che fa sopportare il peso del risanamento economico ad alcune specifiche classi sociali: i lavoratori dipendenti, il pubblico impiego ed i pensionati; l’elettorato che tendenzialmente non vota per i partiti dell’attuale governo. A conferma di ciò è utile ricordare come vengano risparmiate dai costi dei sacrifici economici altrettante classi sociali: gli speculatori, i possessori di grandi patrimoni, i percettori di redditi alti, gli evasori.
Appurato ciò per quale motivo la CGIL avrebbe dovuto rinunciare allo sciopero generale il solo strumento, seppur logoro e in parte superato dal tempo, in grado di incidere sulle dinamiche politiche del paese? Una risposta, personalmente, non riesco a trovarla! E, francamente, neanche mi convince chi argomenta affermando che non è responsabile indire uno sciopero generale in un momento di crisi economica. Le stesse persone che parlano di responsabilità fanno parte di quella classe politica che prima ha negato la crisi, accusando di disfattismo qualsiasi voce fuori dal coro, e poi si è dimostrata completamente inadeguata a gestire l’emergenza. Sono loro gli irresponsabili! Secondo questi signori non solo si deve rinunciare a diritti acquisiti ad un tenore di vita dignitoso ma lo si deve accettare anche in silenzio. D’altronde c’è la crisi economica, ma chi ha provocato questa crisi? Forse le classi popolari che vengono chiamate a sopportarne il peso? Il punto è che questo modello di sviluppo, in cui vengono compressi i diritti e i salari dei lavoratori, va cambiato: non solo perché insopportabilmente ingiusto ma anche perché economicamente svantaggioso. Lo sciopero della CGIL è servito a ricordare anche questo. Se non ora quando ?

Alex Paiella

venerdì 26 agosto 2011

Costi della politica: Abbattiamoli anche in Umbria



In un momento in cui l’Italia è scossa da una crisi economica e sociale di vastissime proporzioni gli inutili privilegi e i costi superflui legati alla gestione della cosa pubblica risultano ancora più inaccettabili.
Sono perfettamente comprensibili le manifestazioni di insofferenza e di indignazione degli italiani di fronte ad una realtà che mentre da una parte vede il governo riservare al Paese misure incapaci di rilanciare la crescita e che riducono drasticamente i servizi , dall’altra non affronta con il necessario coraggio il problema ormai evidente dei molteplici sprechi ingiustificati connessi agli aspetti negativi dell’agire politico.
L’azione dell’IdV da sempre si è caratterizzata per una lotta alle inefficienze e ai privilegi. Oltre alle condivisibili battaglie appena lanciate dal livello nazionale e peraltro prontamente già recepite da militanti e attivisti umbri, crediamo opportuno che anche nella nostra regione l’Italia dei Valori si faccia promotrice di una profonda riflessione su analoghe modalità di riduzione dei costi della politica.
L’esistenza di un innumerevole serie di enti e sotto enti, cosiddetti “di secondo livello” con gli annessi consigli di amministrazione, non appare in molti casi giustificata da una reale utilità delle funzioni concretamente svolte da tali istituti, suggerendo in alcuni casi ai cittadini l’idea che essi costituiscano inutili sovrastrutture le cui attività potrebbero essere svolte tranquillamente da Uffici comunali e regionali.
È necessario pertanto che l’Italia dei Valori dell’Umbria si faccia carico di promuovere l’eliminazioni degli enti superflui, o inutili doppioni, e il forte contenimento dei costi di quelli il cui mantenimento in vita venga considerato indispensabile.
Il Dipartimento Cultura e quello Giovani si faranno portavoce di questa importante battaglia all’interno del Partito e di tutti i suoi organismi, a partire dai prossimi imminenti incontri.

Massimiliano Gestroemi, Responsabile Dipartimento Cultura .Istruzione e Diritti Civili Italia dei Valori Umbria.
Matteo Minelli , Coordinatore Regionale Giovani Italia dei Valori Umbria. 

(foto ansa.it)

lunedì 4 aprile 2011

..Inceneriamoli..


Il 29 marzo scorso, a Palazzo Cesaroni, si parlava di finanziaria. Da votare c'erano 4 documenti: il bilancio, la legge finanziaria, il collegato e il pluriennale 2011-2013. Di finanziaria e bilancio parleremo più tardi; concentriamoci sul collegato, cosa sarà mai? Pensate intensamente... ebbene si, ancora lui: l'inceneritore. Locchi e Rometti non hanno proprio digerito il no alla chiusura del ciclo dei rifiuti ed hanno tentato di ripresentare la proposta, passando dalla finestra. Sono stati stanati quasi subito, con l'accusa, addirittura, di avere alle spalle “poteri forti”. La disapprovazione e l'opposizione più dura e concreta, sono sempre portate avanti e gestite dall'IdV, con la premiata ditta Dottorini-Brutti, spalleggiati e sostenuti, come ormai è prassi, dal PRC (Stufara). Inutile spiegare ancora le alternative, le controindicazioni e gli svantaggi al così detto termovalorizzatore, che di valorizzante non ha assolutamente nulla, meno che mai l'aspetto energetico..forse farà aumentare il valore del portafogli di qualcuno!? Ai posteri la sentenza.

Da tutto questo ambaradan, emergono, comunque, due dati importanti in termini politici a livello territoriale. Il primo, è che l'unico vero partito di opposizione e proposta, che si pone come un'alternativa vera alla sinistra, con idee riformiste e progressiste è l'IdV, che qui in Umbria rappresenta anche un'eccezione, per certi aspetti, rispetto al resto d'Italia. Il secondo è che il PD non è più in grado di essere un partito di governo vicino alla gente (per lo meno in Umbria), non ha prospettive future, non investe sui giovani e non fa una politica con progetti a medio-lungo termine: in sostanza, si guarda all'immediato beneficio (spesso e volentieri economico) e mai ad un beneficio futuro, finalizzato ad un miglioramento della qualità della vita. Tutto ciò ce lo conferma la finanziaria regionale: andando ad analizzare gli investimenti si evincono diverse posizioni e scelte. Tralasciando il cospicuo investimento sulla sanità, che rappresenta più del 50% dei 2 miliardi ed 800 milioni della manovra, saltano all'occhio le sostanziali differenze fra i circa 400 milioni di euro divisi tra gli organi istituzionali e l'amministrazione generale, contro i soli 89 per il lavoro e la formazione, i 16 per il sociale e i circa 46 per la cultura. Nota dolente è anche il turismo, al penultimo posto con soli 13 milioni. Dulcis in fundo c'è la questione dei trasporti e della mobilità, che per mole di investimento è al secondo posto: la decisione dovrà essere motivata visto che, il settore dei trasporti pubblici, nella regione, è quello che ha subito ingenti aumenti diffusi su tutto il territorio, raggiungendo anche il record negativo a Perugia, con il ticket più caro d'Italia.

Cari ragazzi, ecco a voi la politica che hanno in mente i nostri dirigenti regionali, con questi investimenti avremo ripercussioni inevitabili a tutti i livelli (comunali e provinciali); come sempre l'alibi sarà quello dei tagli adoperati dal governo nazionale.. almeno finché a governare sarà il centro destra, perchè poi, se per assurdo vincessero le elezioni, quale scusa si inventeranno ancora per giustificarsi!?

E' arrivato, perciò, il momento di mettersi in gioco e di iniziare a sporcarsi le mani in prima persona; l'impegno politico, ma sopratutto, civico, di tutti è fondamentale per risollevare lo sorti di un territorio che sta attraversando un momento difficile, causato da molteplici fattori. Ovviamente non tutti i problemi possono essere imputati a chi ci governa, ma dimostrare di essere cittadini informati e preparati sarà un modo per far sentire il fiato sul collo e mettere un po' di giudizio a coloro che ci amministrano.


Lorenzo Di Schino


foto da crumbria

venerdì 11 febbraio 2011

Idv Giovani Umbria con la Fiom

Venerdì 28 Gennaio il Dipartimento Giovani IdV dell’Umbria ha aderito alla sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla FIOM-CGIL, partecipando attivamente alla manifestazione regionale tenutasi presso il centro FIAT di via Piccolopasso.Come partito e come giovani abbiamo infatti ritenuto doveroso portare il nostro sostegno ai lavoratori e alle lavoratrici di questo settore, i cui diritti, mai come oggi, sono rimessi in discussione e sottoposti ad una violenta tentativo di contrazione.

Ci pare doveroso tuttavia ad una settimana di distanza aprire una serie di riflessioni sul tema della condizione del lavoro, in particolare quello giovanile, all’interno dell’attuale quadro economico, e sul ruolo che il sindacato è chiamato a ricoprire nella modernità.Negli ultimi vent’anni UE, associazioni di lavoratori e imprenditori, oltre che numerosi giuslavoristi ed economisti hanno sostenuto la necessità di flessibilizzare il mercato del lavoro, sostenendo che ciò avrebbe comportato un aumento dell’occupazione e della competitività sui mercati internazinali.Nel nostro paese questo bisogno si è tradotto in una serie di provvedimenti legislativi, volti a sradicare il quadro etico e normativo sul quale si basava il mondo del lavoro. Tra i principali ricordiamo il “protocollo d’intesa” tra governo e parti sociali del Luglio 1993, il pacchetto Treu del 1997 e la legge trenta del 2003.Con tali palesi deregolamentazioni allo statuto dei lavoratori(entrato in vigore il 20 Maggio 1970, e tuttora da considerarsi il punto più avanzato della legislazione in materia di occupazione), sono stati introdotti: il lavoro interinale e a chiamata,quello in affitto e in somministrazione, l’orario pluriperiodale,l’illimitata replicabilità di contratti flessibili, l’abolizione della norma che vietava limiti di contenimento all’impiego dei contratti atipici e quella che vietava l’interposizione di soggetti terzi tra lavoratori e impresa.Due gli assunti a sostegno di tali provvedimenti, il primo di carattere ideologico sarebbe quello secondo cui il lavoro, inteso almeno nelle sue forme classiche, nella contemporaneità è ormai un arcaismo, un retaggio del passato e che presto le trasformazioni introdotte dalle nuove tecnologie(ICT) contribuiranno inesorabilmente a far scomparire alcune forme di occupazione, in particolare quelle a qualificazione medio-bassa e ad alta intensità di forza-lavoro.Il secondo invece è il principio secondo il quale il nostro sistema paese non sarebbe adeguatamente efficiente, produttivo e competitivo, per reggere l’impatto delle economie delle nazioni in via di sviluppo.


(Punto primo)In realtà, perfino da studi di enti governativi, emerge il quadro opposto: nel nostro paese, e in molti altri dell’UE, si assiste a situazioni diffuse di densificazione e intensificazioni dell’occupazione( 7 mln gli individui che praticano un “labo-intensive job”), correlate ad altri fenomeni assai preoccupanti quali l’immissione nel mercato del lavoro di fiumi di soggetti ad alta qualifica professionale, che non trovando spazi occupazionali nel proprio settore, si riversano in altri campi( naturalmente meno remunerativi e privi di competenze specifiche), contribuendo a far diventare la forza-lavoro una merce abbondante e di conseguenza di scarso valore.Il risultato, dal punto di vista sociologico, di questo quadro economico e normativo, è la nascita della società flessibile, e della dimensione della precarietà.Nel nostro paese i lavoratori flessibili , tra regolari e irregolari, pubblici e privati, sono ormai più di 11 milioni, e visto il trend degli ultimi anni andranno sicuramente aumentando, e di pari passo ad essi aumenterà la disoccupazione giovanile, già ad oggi ai massimi storici.Dovrebbe essere perciò pacifico che tale società non soltanto non contribuisce al benessere collettivo, ma comporta anche la rottura di gravissimi equilibri individuali.La condizione sociale umana che deriva da una sequenza di contratti atipici di durata determinata implica per il soggetto che vi è sottoposto semplicemente insicurezza, che partendo dal mondo professionale investe l’intera esistenza.Il lavoratore contemporaneo subisce i costi umani, sociali, familiari della flessibilità; paga in termini di carriera, percorsi formativi iniziati e interrotti, di fatica fisica, di stress mentale ed emotivo, di totale e supina dipendenza dalle decisioni dell’impresa.Anche nei paesi europei, assai più civili e avanzati del nostro, nei quali la flessibilità è coniugata con la sicurezza sociale( flessi-sicurezza), il prezzo che il lavoratore paga, non più nell’ambito salariale ma in quello etico e sociale, resta assai oneroso.(Punto secondo)La flessibilità, che dovrebbe permetterci di aumentare competitività e livelli occupazionali, è un fenomeno riconducibile al più generale processo di globalizzazione, e in conseguenza di ciò secondo alcuni sarebbe inarrestabile.É infatti vero che l’eccesso di manodopera a basso costo, priva di diritti, immessa nel mercato mondiale da paesi in via di sviluppo, nei quali non esiste alcuna legislazione del lavoro, ha provocato la perdita di gran parte del potere contrattuale, di cui godevano i lavoratori occidentali.Ormai da circa vent’anni le 100.000 principali corporations transnazionali, che realmente controllano l’economia globale, lavorano affinchè l’incontro tra salari e diritti degli occupati nei paesi occidentali e quelli dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo si incontrino nel punto più basso.Dal 2000 OECD watch , pubblica un rapporto sulle violazioni dei diritti umani praticati dalle multinazionali nei paesi dell’ormai ex terzo mondo, spesso all’interno di progetti economici finanziati direttamente dalla Banca Mondiale o dal Fondo Monetario Internazionale.Dovrebbe perciò essere chiaro che nell’economia mondiale per come è stata strutturata negli ultimi vent’anni, non si possa più parlare di scontro tra sistemi-paesi ma bensì di scontro tra interessi di grandi gruppi economico finanziari e i cittadini globali.Le TNC e le loro sussidiarie infatti al di là della sede giuridica e talvolta del nome(vedi FIAT), non hanno assolutamente nulla di nazionale( la FIAT già oggi ha il 75% della propria produzione fuori dal nostro paese), e non sentono alcun vincolo, di natura morale o economica nei confronti dello stato di origine.




É palese che ci troviamo in un mercato globale che è tutto fuorché libero: le grandi multinazionali, cresciute sotto l’ombrello della nazione, vissute in mercati protetti, sostenute ancora oggi attraverso investimenti statali, non solo non riconoscono più nessun legame nei confronti della collettività( intesa tanto in senso locale che globale), ma soprattutto intendono stabilire esse stesse le regole su cui fondare la società contemporanea.Questo quadro non ci pare affatto quello descritto da John Stuart Mill in Sulla libertà o da Adam Smith, nella Ricchezza delle nazioni, quando ci viene presentato il funzionamento di un mercato perfettamente concorrenziale; ovvero un mercato in cui, ricordiamolo bene, le imprese vendono un prodotto omogeneo e non sono sufficientemente grandi per influire in alcun modo sul prezzo del prodotto. Perciò al di là delle ingannevoli ma purtroppo seguitissime “teorie” dei rappresentanti delle grande industrie e dei manager di turno, l’economia moderna non è affatto libera e loro sono tutto tranne che liberali.Si potrebbero ora fare alcune considerazioni di carattere etico e magari ricordare amministratori di grandi aziende come Enrico Mattei, la cui attività fu tutta concepita al fine di tutelare gli interessi nazionali oppure come Adriano Olivetti, il teorico dell’impresa responsabile.Tuttavia questo tipo di argomentazioni risulterebbero pressoché inutili al fine di modificare l’attuale quadro economico globale.

Nei paesi occidentali a pagare le conseguenze di questo stato di cose, in termini di reddito, diritti e talvolta dignità, sono in primo luogo i giovani.Le nuove generazioni infatti, non possiedono più alcuna tutela al loro ingresso nel mercato del lavoro; nessun contratto nazionale li protegge, nessun sindacato li assiste.Il contratto imposto ai lavoratori di Mirafiori(contro cui continueremo a batterci), nonostante rappresenti un chiaro passo indietro sul piano dei diritti e della rappresentanza sindacale, è comunque un miraggio per le decine di migliaia di giovani che oggi iniziano il loro percorso lavorativo.Chi è abituato a convivere con contratti di lavoro in affitto o in somministrazione, intermittente, ripartito o a prestazione occasionale, la sua “Pomigliano” la vive ogni giorno.Sebbene non intendiamo disconoscere il ruolo storico del sindacato nel nostro paese, dobbiamo constatare che le associazioni di categoria ben poco hanno fatto per difendere le nuove generazioni, preferendo sempre privilegiare gruppi molti meno numerosi di lavoratori e spesso assai più tutelati dal punto di vista normativo.Talvolta il sindacato ha risposto a interessi esclusivamente propri e corporativi, portando avanti politiche del lavoro ormai superate.



Bisogna essere onesti: la battaglia per cambiare l’attuale indirizzo della politica economica globale non è affatto facile da vincere.In primo luogo occorre battersi su un piano culturale, e lottare affinché si ristabilisca un principio sancito dalla Dichiarazione di Philadelphia del 1944: il lavoro non è un merce.Viceversa esso è una parte integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell’identità della persona, dell’immagine di sé, del senso di autostima.Nel nostro paese è necessario sempre ricordare alcuni articoli della nostra costituzione:il 36 “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, art .41 “l’iniziativa economica privata(…) non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, art. 46 “Ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge alla gestione delle aziende”.Come detto precedentemente il problema del lavoro e della flessibilità è un problema mondiale, e perciò ha bisogno di soluzioni internazionali.La politica globale, se non fosse com’ è oggi supina ad interessi particolari invece di interessarsi alle necessità collettive, dovrebbe perseguire un chiaro obiettivo:far salire il livello, delle retribuzioni (a parità di costo della vita ) e dei diritti dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo, parificandoli a quelli dei lavoratori occidentali, così da permettere l’instaurarsi di una competitività sana e non distorta come invece è quella attuale.Questo processo non è sicuramente facile, tuttavia esistono alcuni mezzi con cui in un medio-lungo periodo si potrebbe modificare l’attuale edificio economico mondiale.In primo luogo è necessario che le organizzazioni internazionali accertino e perseguano legalmente le responsabilità delle grandi corporations( o delle loro sussidiarie), nell’ambito della violazioni dei diritti umani e dei lavoratori, tanto nei paesi in cui hanno sede giuridica quanto nei paesi in cui operano.É necessario introdurre nuovi parametri nelle modalità di finanziamento dei progetti industriali promossi da FMI e BM, al fine di garantire e uniformare universalmente salari e diritti.Occorre promuovere codici di responsabilità etica e sociale delle imprese, che contengano l’impegno di omologare, tenuto conto dei differenziali di produttività e del costo della vita, condizioni di lavoro dei propri dipendenti in tutte le loro sedi.Sviluppo di enti nazionali e internazionali che si occupino di dare impulso alla crescita dei cosiddetti “investimenti responsabili”.

Naturalmente la natura di tali interventi è sovranazionale; nel nostro paese allo stesso tempo occorre portare avanti una generale revisione della legislazione sul lavoro, nella quale partendo dagli articoli della costituzione sopracitati, si introducano nuove regole sulla rappresentanza sindacale( sul modello della proposta di legge elaborata dal Dipartimento Lavoro dell’Italia dei Valori in accordo con la FIOM), si “legalizzi” la figura/classe sociale del precario( con la creazione di adeguati ammortizzatori sociali e processi di formazione: è utile ricordare che l’Italia spende solo l’1,4% del PIL in politiche del lavoro, contro il 4,5% della Danimarca ad esempio), si permetta la nascita di forme d’impresa in cui realmente i lavoratori possano partecipare democraticamente ai processi produttivi, condividendo i rischi e allo stesso tempo gli utili delle attività imprenditoriali.

Noi giovani per primi dobbiamo coltivare una nuova idea di progresso, basato sullo sviluppo sostenibile, su uno stato efficiente, sull’impresa responsabile, su nuovi modelli di consumo, su una legislazione del lavoro moderna e trasparente, in cui siano chiari i doveri e i diritti dei lavoratori.Un progresso che rimetta al centro il Lavoro, di qualsiasi natura esso sia, purché contribuisca alla creazione di una società in cui il libero sviluppo di ognuno sia la base del libero sviluppo di tutti.

Globalizziamo l’economia, globalizziamo i diritti…..


venerdì 14 gennaio 2011

Emendamenti al DAP - IdV Umbria


L’Italia dei Valori dell’Umbria in questi giorni ha espresso pubblicamente e in molteplici occasioni il proprio dissenso nei confronti del DAP( Documento Annuale di Programmazione), tanto nel metodo con il quale esso è stato licenziato dalla Giunta (senza alcuna preliminare riunione di maggioranza), quanto nel merito di alcune sue parti. Come Dipartimento Giovani, abbiamo partecipato al dibattito interno su tale questione, condividendo pienamente la posizione critica assunta dal nostro partito nei confronti di questo documento , nel quale sono riportate le linee guida per il governo della regione Umbria. Il DAP mentre da un lato risulta ricco di contraddizioni e ricolmo di schemi tradizionali di gestione, ormai obsoleti, dall’altro ci appare privo di alcuni passaggi fondamentali e innovativi in tema di ambiente , sanità, infrastrutture, politiche del lavoro. Per tali motivi stamani i nostri consiglieri regionali, Dottorini e Brutti, hanno presentato in una conferenza stampa a palazzo Cesaroni, le proposte di modifica, sotto forma di emendamenti, elaborate dai dipartimenti tematici dell’IdV dell’Umbria. Queste le principali modifiche richieste:

  1. Ambiente e agricoltura

  • A nostro avviso è necessario definire con maggiore precisione possibile l’ambito della green economy, affinché l’impatto ambientale sia veramente l’indicatore imprescindibile, sul quale identificare o meno l’appartenenza di un’impresa a questo settore, evitando sprechi di risorse pubbliche a favore di soggetti economici, che in realtà non seguono affatto i paradigmi dell’economia verde.

  • La sostenibilità ambientale deve essere necessariamente correlata al recupero della sostenibilità sociale.

  • Nel documento deve essere prevista la riconversione di alcuni siti altamente inquinanti (come Gualdo Cattaneo), in considerazione della crescente produzione energetica da fonti rinnovabili già riscontrabili.

  • Monitoraggio degli acquisti pubblici ecologici e introduzione di aspetti ambientali nelle procedure di acquisto di beni e servizi delle amministrazioni locali.

  • Superamento nell’ambito dell’economia verde dei finanziamenti “ad personam” attraverso una verifica puntuale dei bandi fin ora concessi (in particolare nei settori della meccanica e della meccatronica).

  • Promozione e sostegno dell’agricoltura biologica per la sua valenza ambientale e per il ruolo di tutela dei consumatori, che essa riveste.

  • Cancellazione della parte relativa alla possibilità di introdurre in Umbria un agricoltura che utilizzi gli OGM.

  • Valorizzazione delle risorse energetiche autoctone di interesse agrario e dei progetti di tutela della biodiversità come l’archeologia arborea e il monitoraggio Beenet.

  • Risulta necessaria l’approvazione nel tempo più breve possibile di una legge sui GAS e per la promozione di alimenti a chilometri zero, di filiera corta e di qualità.

  • Introduzione di un piano regionale per la zootecnia sostenibile


  1. Informazione:

  • Introduzione, attraverso una specifica legge regionale, di attività di sostegno e stimolo all’informazione periodica locale, al fine di una maggiore democrazia e pluralismo, e alla formazione di una complessa identità legata al territorio e alle identità locali.


  1. Sanità:

  • Il Dap non accenna minimamente alla vicenda Sanitopoli, creando un gravissimo buco politico, poiché tali vicende hanno dimostrato la necessità di introdurre nuovi criteri di nomina per ciò che concerne la scelta delle dirigenze e delle presidenze delle ASL, abbandonando le vecchie modalità basate solo sugli equilibri politici e incentivando le competenze e le esperienze nel campo specifico come nuovi parametri per la scelta degli individui.


  1. Infrastrutture:

  • Nel documento non vengono stabilite le priorità degli interventi da apportare, ma vengono messi tutti sullo stesso piano, dalla messa in sicurezza della E45 all'introduzione di Perugia nella rete nazionale ferroviaria, passando per il collegamento Perugia-Ancona, alla trasformazione in autostrada della stessa E45. Su tale tematica è fondamentale perciò stabilire quali sono gli interventi di maggiore importanza; l'IDV Umbria mette un accento su quella che è la messa in sicurezza della E45, introducendo la corsia di emergenza e mantenendo tale strada gratuita, considerandola come unica alternativa all'Autostrada del Sole; poi sicuramente la necessità di riportare l'Umbria all'interno delle tratte ferroviarie nazionali, dato che l'ultimo anno sia Terni ha subito una diminuizione dei treni non regionali e Perugia è totalmente tagliata fuori da questa mappa e ha come unico collegamento la bretella con Terontola.


  1. Economia:

  • Valorizzare le eccellenze in tema di agroalimentare, attraverso un sistema di certificazione dei prodotti tradizionali umbri.

  • Valorizzare le risorse idriche regionali e aumentare i canoni di concessione per l’imbottigliamento di acque minerali.

  • Organizzare la Giornata regionale del commercio Equo e Solidale


  1. Rifiuti

  • Applicazione del PRGR nei suoi punti fondamentali

  • Investire risorse su un corretto sistema di raccolta differenziata

  • Introduzione di forme di sostegno ai comuni che adotteranno la strategia “Rifiuti Zero”

  • Chiusura della discarica di Pietramelina entro i primi sei mesi del 2011.


Questa non è la prima circostanza, nel corso di questa legislatura, nella quale il gruppo IdV si oppone con fermezza a proposte della maggioranza che vanno nella direzione contraria alle necessità della cittadinanza e perpetuano vecchi schemi e consolidati sistemi di potere. In occasione, ad esempio, dell’approvazione del cosiddetto “piano casa regionale”, i consiglieri IdV hanno espresso dure critiche su alcuni emendamenti presentati da PD e PDL, che permettevano l’aumento indiscriminato di cubatura degli edifici, la possibilità di costruire anche in zone rurali e di interesse paesaggistico, e infine lo smaltimento di rifiuti speciali dell’edilizia in siti di stoccaggio tradizionali. Come Dipartimento Giovani abbiamo sentito la necessità di condividere e sostenere tale percorso intrapreso dai nostri consiglieri, poiché rispecchia appieno il nostro modo e la nostra futura volontà di fare politica. Le forze di maggioranza, soprattutto il PD, non devono vedere in questa azione un “gioco politico”, ma devono cogliere il significato più alto che ha tale atto ha, ovvero quello di promuovere uno sviluppo della nostra regione, basato su nuovi modelli sociali, culturali ed economici. Parallelamente, tuttavia, ci poniamo anche un altro obiettivo: vogliamo ammonire il PD, che da oggi in poi dovrà essere cosciente del fatto che in consiglio regionale è presente per la prima volta un partito che non si piega a delle scelte dannose per la cittadinanza e il territorio in cambio di favori e clientele. Vogliamo altresì dimostrare che la politica basata sul consociativismo e sul malcostume, priva di principi morali, produce una serie di fenomeni degenerativi in ogni ambito della vita istituzionale e sociale della regione. Siamo convinti che gli Umbri saranno al nostro fianco in questa battaglia. E' giunto il momento di stabilire le priorità, di fare delle scelte che giovinoveramente alla regione intera e ai cittadini.

Idv Giovani Umbria

lunedì 27 settembre 2010

“GIUSTIZIA, POTERE E SVILUPPO ECONOMICO: NUOVE IDEE PER FAR RIPARTIRE L’ITALIA”

Negli ultimi 15 anni la capacità di produrre e ridistribuire ricchezza da parte dell'economia italiana è costantemente diminuita e il nostro sistema delle imprese ha perso capacità competitiva sia nei confronti di altri paesi industrializzati che di quelli emergenti. Nella nostra visione, la ragione ultima della lenta crescita dell'economia italiana è da attribuirsi ad un sistema produttivo specializzato in settori a basso contenuto di innovazione tecnologica e caratterizzato da un'eccessiva frammentazione in piccole e piccolissime imprese che tendono a competere sulla riduzione del costo del lavoro piuttosto che sull'innovazione e sull'investimento in capitale umano.


L'affermarsi di questo modello si sviluppo economico si è riflesso nell'andamento del mercato del lavoro, che nel nostro paese penalizza sempre di più l'occupazione di buona qualità e tende ad aumentare la disuguaglianza nelle opportunità di reddito e di occupazione. Tra lavoratori garantiti e lavoratori con contratti a termine. Tra uomini e donne. Tra lavoratori giovani e lavoratori che hanno già accumulato una lunga esperienza lavorativa.


Sulla base di queste considerazioni siamo persuasi che lo strumento principale di cambiamento dovrebbe essere la ripresa di una seria politica industriale su tutto il territorio nazionale. L'obiettivo primario della politica industriale coordinata a livello pubblico dovrebbe essere quello di sostenere gli investimenti in nuove tecnologie da parte delle imprese e, più in generale, favorire la riorganizzazione del sistema produttivo verso settori con maggiori prospettive di crescita produttiva e occupazionale di buona qualità.


Il successo di una simile strategia di politica industriale avrebbe effetti positivi sul mercato del lavoro: stimola la domanda di lavoro per i lavoratori qualificati, riduce gli incentivi delle imprese a ricorrere a contratti a tempo determinato mentre le spinge ad investire nella formazione dei propri dipendenti. In altre parole favorisce la riduzione delle disuguaglianze e la creazione di occupazione di buona qualità.


La politica di riforme per il mercato del lavoro dovrebbe in parte coordinarsi con le strategie di politica industriale e, per l'altra, mirare ad correggere quelle ingiustizie e inefficienze che si sono accumulate negli anni come esito di una politica del lavoro orientata quasi esclusivamente a ridurre le garanzie a protezione dell'impiego e ad aumentare la flessibilità contrattuale per i nuovi assunti.


Definita la nostra visione generale e gli obiettivi della politica economica, è possibile entrare nel merito di quelle specifiche misure che sono necessarie per attuarla. In questa prospettiva si distinguono due tipologie di intervento: politiche a sostegno dello sviluppo economico e politiche per il mercato del lavoro.


Politiche a sostegno dello sviluppo economico

La politica industriale dovrebbe essere guidata da un disegno su base nazionale e seguire criteri di selettività. In particolare si possono individuare 3 aree di intervento:


1) Piano di politica industriale coordinato a livello nazionale e realizzato attraverso misure selettive di sostegno alle imprese e ai settori che producono nuove tecnologie ed elevato valore aggiunto in termini di qualità dell'occupazione e crescita della produttività (i beni innovativi nel campo della ricerca medica, delle energie rinnovabili, dei trasporti, ecc). La politica industriale non dovrebbe limitarsi ad incentivare l'offerta di nuove tecnologie, ma ha il compito di stimolare la domanda di nuove tecnologie. In questa prospettiva si individuano tre linee di intervento.

Primo, incentivare in modo sistematico i consorzi tra università e associazioni datoriali a livello regionale, al fine di creare dei “poli tecnologici” in grado di domandare i prodotti delle imprese locali e creare cosi delle economie di scala e di agglomerazione per lo sviluppo delle nuove tecnologie. La visione alla base di questo tipo di intervento è quella che interpreta il cambiamento tecnologico in termini evolutivi, non nei termini neo-classici del fallimento di mercato nel processo di produzione di conoscenza scientifica. Un esempio è l’IMT di Lucca. Ne stiamo progettando uno a Terni sulla biomedicina.

Secondo, aumentare significativamente e rese stabili nel tempo il credito di imposta per gli investimenti specifici in R&D; ridurre fino all’eliminazione gli stanziamenti indiretti e le agevolazioni a fondo perduto.

Terzo, attuare un intervento legislativo a favore dell'imprenditoria giovanile. E' necessario definire un quadro normativo nazionale e dei flussi stabili di finanziamento entro cui le amministrazioni regionali possono intervenire, per evitare interventi locali che siano frammentati, instabili e al di fuori di un piano strategico di politica industriale1. In particolare questo intervento legislativo potrebbe strutturarsi come segue. Un piano di finanziamento diretto e l’offerta di agevolazioni fiscali per incentivare l'imprenditoria giovanile nei settori della nuova economia (biotecnologie per la salute, nanotecnologie per le applicazioni industriali, produzioni di beni e servizi per il risparmio energetico e la qualità dell'ambiente, ecc). L’estensione dei voucher formativi per l’imprenditorialità co-finanziati dai centri di ricerca pubblici e privati nonché dalle istituzioni universitarie. Una struttura di assistenza tecnica e finanziaria a livello regionale che agevoli la fase di start-up e riduca il tasso di mortalità delle nuove imprese. Vedasi il punto seguente.


2) Politica pubblica per l'accesso al credito delle imprese con progetti di investimento innovativi e che finanziano stabilmente le attività di ricerca e sviluppo al proprio interno. Lo strumento potrebbe essere un Fondo di garanzia pubblica dei finanziamenti bancari per l'innovazione tecnologica, gestito da una sorta di “Authority per il sostegno finanziario all'Innovazione” (una specie di venture capitalist con garanzie pubbliche). In questa prospettiva si potrebbe prevedere l'introduzione di una legge che regoli il quadro normativo nazionale e, singoli istituti a livello delle amministrazioni regionali. L'organismo dirigente e amministrativo di questi istituto dovrebbe essere di natura tecnica e svincolato da nomine politiche. Il modello è quello della Banca d'Italia, ma con una struttura più snella e statutariamente predisposta al sostegno delle attività produttive.


3) Politica di sostegno alla crescita dimensionale delle imprese, La dimensione medio-piccola delle imprese è un fattore determinante della bassa crescita della produttività in molte regioni italiane. Finora la politica economica non si è occupata di questo problema con strumenti adeguati. Nella nostra visione si può agire attraverso la riduzione del costo del lavoro (ovvero il cuneo fiscale), in modo proporzionale al numero dei nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato e alle decisioni di investimento in beni tecnologicamente avanzati.



Politiche per il mercato del lavoro


Le proposte di politica per il mercato del lavoro dovrebbero essere orientate in due direzioni principali. In primo luogo, rendere effettive le misure di tutela del reddito pertutti i lavoratori a rischio di disoccupazione. In secondo luogo mettere a disposizione dei lavoratori degli strumenti formativi e delle tutele contrattuali in grado di limitare i problemi di cattiva qualità dell'occupazione, di sottoutilizzo delle competenze e di disuguaglianza della opportunità.

In particolare si tratta di:


1 ) sviluppare un modello di regolazione del mercato del lavoro in grado di integrare le politiche attive di orientamento e formazione e le politiche passive di sostegno all'occupazione in un quadro unitario e coerente di politica del lavoro nazionale e regionale. In questa prospettiva è necessario ampliare le prerogative dei Centri Pubblici per Impiego (CPI), i quali dovrebbero svolgere un ruolo di coordinamento e di intermediazione tra i lavoratori che usufruiscono degli ammortizzatori sociali meno tradizionali (cassa integrazione in deroga, mobilità indennizzata, sussidio di disoccupazione, ecc) e le imprese che domandano lavoro e nuove professionalità. In questo ambito è necessaria l'introduzione di una legge nazionale che fornisca un quadro normativo unitario e principi di sussidiarietà tra le varie regioni.


2) estendere gli ammortizzatori sociali e le misure di sostegno al reddito a coloro che ne sono privi. Questo sussidio di disoccupazione è di ammontare decrescente nel tempo e condizionato alla ricerca attiva di un lavoro da parte di chi ne usufruisce. Non andrebbe a sostituire gli ammortizzatori sociali tradizionali (cassa integrazione ordinaria e straordinaria). Il finanziamento del sussidio di disoccupazione sarebbe in larga parte dalla risorse precedentemente destinate agli ammortizzatori sociali che va a sostituire e per la parte rimanente attraverso un (minimo) aumento dei contributi sociali dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Per verificarne la sostenibilità finanziaria inoltre potrebbe essere introdotto gradualmente a livello regionale, e poi esteso a tutto il territorio nazionale1.


3) Il ri-orientamento delle politiche di formazione. L'obiettivo della formazione è quello di migliorare la qualità dell'occupazione e della produttività del lavoro, non solo aumentare la probabilità di trovare una qualsiasi occupazione. In questa prospettiva è opportuno aumentare sensibilmente le risorse pubbliche destinate al finanziamento deivoucher formativi individuali, secondo il principio che il formato si sceglie il proprio formatore. Le politiche di sviluppo del capitale umano attraverso il voucher e/o strumenti di formazione individuale potrebbero estendersi agli studenti in obbligo formativo. In particolare vi è l’opportunità di aumentare e razionalizzare le risorse pubbliche dirette al co-finanziamento di un periodo di studio all'estero per gli studenti che frequentano la scuola media superiore.


4) La politica economica per la stabilità dell'occupazione. E' necessario ridurre gli incentivi ad assumere con contratti a termine da parte delle imprese perché spesso si risolvono in un percorso di segregazione occupazionale. Al tempo stesso occorre garantire alle aziende una certa flessibilità nelle assunzioni, per meglio valutare la qualità del lavoratore. Abbiamo diversi strumenti a questo scopo. In primo luogo è possibile far ricorso ad agevolazioni fiscali per ridurre il costo del lavoro delle imprese che assumono con contratto a tempo indeterminato. In secondo luogo, si può intervenire con misure che favoriscono l'accesso al credito delle piccole e medie imprese che occupano i lavoratori in forma stabile. Infine è opportuno operare una semplificazione delle varie tipologie dei contratti a termine ed introdurre dei vincoli normativi al numero massimo di rinnovi contrattuali a tempo determinato.

Probabilmente la quadratura del cerchio è nell’introduzione di un contratto unico a tempo indeterminato con garanzie crescenti nel tempo. In questo contratto si possono prevedere tre fasi: prova, inserimento e stabilità. Chi è assunto è soggetto ad un periodo di prova di 6 mesi. Ciò consente al datore di lavoro di valutare le attitudini e le qualità del lavoratore. Successivamente, dal sesto mese al terzo anno dopo l’assunzione, si entra nelperiodo di inserimento durante il quale il lavoratore è tutelato contro il licenziamento disciplinare e riceve un’indennità nel caso di licenziamento economico. In questo periodo il datore di lavoro e il lavoratore possono investire in capitale umano specifico dell’azienda. Al termine del terzo anno, si entra nel periodo di stabilità, in cui si rafforza ulteriormente la protezione contro i licenziamenti.

1A questo proposito va segnalato che il sussidio di disoccupazione dovrebbe essere uno dei pilastri della sicurezza sociale nel mercato del lavoro. Non l'unico. Per il futuro si intravede l'esigenza di un reddito minimo di cittadinanza. Infatti il sussidio di disoccupazione, se erogata prevalentemente a fronte di versamento di contributi di tipo assicurativo, rischia di perpetuare la struttura duale del mercato del lavoro. Se combinata con l'accesso a un reddito minimo di cittadinanza condizionato alla verifica dell'esistenza di determinati requisiti, e finanziato dalla fiscalità generale, contribuirebbe ad una maggiore efficienza allocativa del lavoro, creando i presupposti per una maggiore equità distributiva di medio lungo periodo.

2 Un serio intervento nazionale sulla imprenditoria giovanile risponde a due obiettivi principali: limitare il problema dell'occupazione sotto-qualificata e migliorare qualità media della classe imprenditoriale in termini di età, livello di istruzione e pratiche competitive

sabato 25 settembre 2010

IL REDDITO MINIMO UNIVERSALE


L'introduzione di un reddito minimo universale trova ancora ostacoli, eppure sembra permettere
scelte familiari, educative, abitative e occupazionali più efficienti. Le disuguaglianze nella distribuzione del benessere possono rafforzare gli incentivi al lavoro, ma spingono anche alla ricerca di benefici e privilegi clientelari con spreco di risorse. Un esercizio di simulazione mostra gli effetti diquattro tipi di politiche universalistiche: reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza, conimposta sul reddito progressiva e con imposta proporzionale. Una scheda dell'autore illustra ledifferenze tra le quattro forme di reddito.
Il sistema italiano di sostegno del reddito (gli “ammortizzatori sociali”) è frammentario, discrezionale, inefficiente e iniquo. Molte analisi hanno documentato il giudizio e spesso proposto politiche più trasparenti e universali. Universalità significa che il meccanismo si applica a tutti i cittadini, indipendentemente dalla condizione professionale, compresi coloro che non hanno alcuna esperienza lavorativa.

PERCHÉ INTRODURLO
Nelle economie avanzate si è largamente affermata la convinzione cha una dotazione minima
universale di istruzione e di salute sia desiderabile, non tanto per motivi solidaristici, ma piuttosto perché crea forti benefici di sistema nella vita economica e sociale. Maggiori ostacoli incontra invece l’idea di una dotazione minima universale di reddito, anche se le motivazioni che la sostengono sono del tutto analoghe a quelle che giustificano l’istruzione o l’assistenza sanitaria di base universale. Intanto però cresce la documentazione sia teorica che empirica a favore di un
meccanismo universale di supporto e redistribuzione del reddito. Ad esempio, la garanzia di un
reddito minimo sembra permettere scelte familiari, educative, abitative e occupazionali più efficienti.
Le disuguaglianze nella distribuzione del benessere possono rafforzare gli incentivi al lavoro, ma
spingono anche alla ricerca di benefici e privilegi clientelari con spreco di risorse: la limitazione delle disuguaglianze riduce gli sprechi. I costi sono elevati, ma vanno confrontati con benefici
probabilmente analoghi a quelli di altre riforme universalistiche. La portata di una riforma in
direzione del reddito minimo universale potrebbe essere analoga a quella avutasi con la nascita e lo sviluppo dei sistemi pensionistici pubblici nel secolo scorso, che in Europa hanno ridotto
l’avversione al rischio delle famiglie e favorito, specie in agricoltura, l’innovazione tecnologica e
organizzativa. Per fare un esempio dei nostri giorni, dobbiamo pensare a una scelta analoga a
quella fatta in queste settimane per il sistema sanitario negli Stati Uniti. È importante osservare che si tratta anche di benefici sociali che vanno al di là di quelli individuali immediatamente percepiti.

UN ESERCIZIO CON QUATTRO IPOTESI
Le preoccupazioni maggiori circa le politiche universalistiche, invece, riguardano i possibili effetti
negativi sugli incentivi al lavoro e i costi di finanziamento che implicherebbero un appesantimento del carico fiscale con ricadute ulteriormente negative sugli incentivi al lavoro.
La scheda allegata illustra un esercizio di simulazione di quattro tipi di politiche universalistiche di sostegno del reddito. Distinguiamo meccanismi per i quali l'ammontare del trasferimento è
condizionato dal livello di reddito dell'individuo (reddito minimo garantito) e meccanismi non
condizionati (reddito di cittadinanza). Per il reddito di cittadinanza distinguiamo anche tra sistemi
nei quali l'imposta sul reddito è progressiva, come nel sistema corrente, da sistemi con imposta
proporzionale (Flat Tax). Tutte le riforme sono calibrate in modo da garantire lo stesso gettito
fiscale netto, uguale a quello corrente, e la simulazione tiene conto delle risposte comportamentali
delle famiglie: lavorare o no, quanto lavorare e così via. Il trasferimento alle famiglie varia in
funzione del numero di componenti ed è mediamente intorno ai 300-500 euro mensili a seconda del meccanismo (nel sistema corrente è intorno ai 100 euro mensili). Il significato concreto di queste cifre è molto diverso a seconda dei meccanismi. Ad esempio, per il sistema corrente si tratta di una media di vari provvedimenti contingenti o limitati a certe fasce di popolazione (pensioni sociali, sussidio di disoccupazione e altro). Anche per i sistemi condizionati si tratta di una media di quanto la famiglia riceve a seconda del livello di reddito o della condizione lavorativa. Nel caso del reddito di cittadinanza si tratta invece di un trasferimento certo e incondizionato. Il costo aggiuntivo delle riforme viene finanziato incrementando proporzionalmente le aliquote marginali dell'imposta sul reddito e includendo nella base imponibile tutti i redditi indipendentemente dalla fonte. Le percentuali di famiglie “vincitrici” sono per lo più maggioritarie, ma diverse tra le riforme e soprattutto diversamente distribuite tra le sottopopolazioni.
Dal punto di vista della percentuale di vincitori, le riforme non condizionate risultano migliori di
quelle condizionate e i sistemi con imposta progressiva risultano migliori di quelli proporzionali.
Nell'ambito dei sistemi progressivi, l'incremento necessario nelle aliquote marginali al di sopra della soglia di esenzione è tutto sommato modesto, 1 o 2 punti percentuali. Questo risultato dipende però anche da un ampliamento estremo della base imponibile. Ipotesi meno drastiche implicherebbero incrementi più pesanti delle aliquote marginali.
In alternativa si può pensare a una diversa struttura dell'imposta sul reddito, cioè una tassazione
proporzionale (Flat Tax): quest'ultima è attraente per la semplicità amministrativa e forse per
minori incentivi all'evasione. Il problema della Flat Tax è che implica aliquote elevate anche sui
redditi bassi e medi, dove si concentrano le famiglie che rispondono in modo più forte agli incentivi: ne possono risentire sia l'efficienza che gli effetti distributivi. Tuttavia, un meccanismo RC + Flat Tax mantiene la sua attrattiva: l'aliquota richiesta è 31,6 per cento, un livello di tassazione proporzionale forse politicamente meglio sostenibile insieme all'allargamento della base imponibile. Infine, gli effetti di disincentivo al lavoro – una delle fonti di maggiore preoccupazione – risultano molto modesti (e non sono riportati nella scheda).
In conclusione, si può dire che è possibile disegnare versioni realistiche del reddito minimo
universale soppesando, in base alle preferenze sociali, le diverse implicazioni su benefici, costi e
incentivi. Rimangono molti aspetti che richiederebbero altri approfondimenti. Costi amministrativi: i meccanismi non condizionati richiedono solo il registro anagrafico della popolazione, mentre quelli condizionati richiedono un supporto informativo e operativo per la verifica delle condizioni di accesso ai trasferimenti e per la gestione di sanzioni e contestazioni. Benefici: l'analisi riassunta nella scheda riguarda benefici strettamente individuali, un'analisi completa dovrebbe includere i benefici di lungo periodo e di sistema ai quali ho accennato all'inizio.


Ugo Colombino 11.06.2010 fonte: LaVoce