sabato 6 agosto 2011

La sindrome di Assocave e la verità dei numeri


Da alcune settimane pare che i cavatori umbri siano preda di una sorta di fobia da accerchiamento. A loro avviso sarebbe in atto un massiccio attacco contro il settore delle estrazioni, orchestrato dai mezzi di comunicazione, costruito su illazioni, e portato avanti attraverso bollature e marchi infami. A mio giudizio invece ci troviamo di fronte all’ennesimo tentativo di suscitare nei cittadini umbri una sorta di sindrome di Stoccolma, in balia della quale dovremmo finire tutti per fare corpo unico con i cavatori, messi in ginocchio dalla crisi e contro cui addirittura si può parlare di fumus persecutionis da parte delle forze dell’ordine. La manifestazione più recente di questo malcelato tentativo è l’intervento di Raul Ridolfi, direttore di Asso-Cave Umbria., che sulla falsa riga di altri esponenti del settore, stigmatizza l’ottimo lavoro svolto dal Corpo Forestale dello Stato e fornisce una serie di dati raffazzonati su contribuiti ambientali e canoni di concessione. Innanzitutto quello che viene definito “monopolio mediatico” oppure “attenzione parossistica” nei confronti dell’attività svolta in negli ultimi mesi da questa forza di polizia, non è altro che la legittima conseguenza delle eccellenti operazioni portate a termine dal comandante Falchi e dai suoi ragazzi. Operazioni tutte eseguite senza alcuna sovrapposizione con altre istituzioni deputate al controllo del territorio , poiché il principale compito di della Forestale è l’indagine e la repressione di tutti quei reati che riguardano l’ambiente. Occorre fare chiarezza per l’ennesima volta anche sulle cifre legate ai canoni di concessione, partendo però un po’ più da lontano. L’Italia continua a detenere il primato di Paese produttore e consumatore di cemento (34.400 tonnellate all’anno) in controtendenza rispetto a tutto il resto d’Europa. Opere faraoniche di nessuna utilità, condoni edilizi, piccoli e grandi piani casa, scarso livello tecnologico del settore delle costruzioni, permettono di mantenere inalterata questa infelice leadership. La conseguenza di questo stato di cose è l’enorme volume che ha assunto l’attività estrattiva, in particolare di inerti e calcari, destinati appunto per l’80% alla produzione di cemento. Di contro a questi numeri sconvolgenti, i canoni di estrazione sono vergognosamente bassi: mediamente nelle regioni italiane si paga il 4% del prezzo di vendita degli inerti. Il totale nazionale delle concessioni pagate ammonta così all’incirca a 36 milioni di euro, mentre, udite udite, il totale degli introiti ricavati dai cavatori alla vendita è di ben 1 miliardo e 150.000 milioni di euro. Per fare un piccolo paragone, in Gran Bretagna ad esempio, a parità di materiale estratto lo stato avrebbe ricevuto oltre 267 milioni di euro. Venendo infine alla nostra Umbria lo scorso anno sono stati estratti 547.000 metri cubi solo di ghiaia e sabbia, con conseguenti entrate annue calcolabili intorno ai 205.00 euro. Se si fossero applicate le tariffe delle regioni limitrofe avremmo ottenuto all’incirca i seguenti introiti: toscane 251.000 euro, emiliane 311.000 euro , marchigiane 388.000 euro. Se avessimo invece deciso addirittura di applicare i canoni dello stato britannico avremmo incassato addirittura 1.164.279 euro. I numeri parlano chiaro; sarebbe opportuno che la Regione aumentasse i canoni di estrazione e iniziasse a tassare maggiormente il conferimento dei rifiuti dell’edilizia nelle discariche. Di contro andrebbero incentivati il recupero dei materiali di scarto da costruzione e demolizione, così come avviene in Danimarca, dove il 90% del fabbisogno è coperto attraverso il riciclaggio.


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